Una nuova alleanza tra capitale e lavoro

di Ciro Cafiero

 

La relazione tra capitale e lavoro nasce a cavallo della prima rivoluzione industriale, alla fine del 1800, nel segno di uno squilibrio di forza. Il primo, parte forte, il secondo, invece più debole. Un vizio capitale per gli ordinamenti occidentali così come, secondo Tocqueville, la schiavitù lo era per la democrazia americana.

 

È in quel periodo che il capitale, composto da latifondisti, imprenditori agricoli, ricchi ereditieri, si equipaggia di mezzi di produzione come la macchina a vapore che, per funzionare e garantire profitto, avevano bisogno di mani, quelle del proletariato, la cosiddetta mano d’opera. Le prime normative lavoristiche sono riflesso di questa condizione, soprattutto in materia di infortuni. Hanno provato a riconoscere tale squilibrio per governarlo, ma con esiti fallimentari, come testimoniano gli abusi contro cui si scaglia Papa Leone XIII con l’enciclica Rerum Novarum del 1891.

 

Nemmeno l’istituto della subordinazione, un complesso reticolo di poteri datoriali e diritti dei lavoratori, confluito nel codice civile del 1942, è stato in grado di bilanciare l’originario squilibrio. Mentre dallo Statuto dei Lavoratori del 1970, grazie a cui la Costituzione è entrata in fabbrica sugli “scudi della legge”, e dalle successive leggi, gli abusi si sono intersecati tra le pieghe dei diritti. Oggi, grazie alla quarta rivoluzione industriale, il quadro non è più lo stesso, e il rapporto tra capitale e lavoro tende a riequilibrarsi per almeno tre motivi.

 

Per prima cosa occorre considerare che la fortuna del capitale è legata a filo doppio a quella del lavoro perché entrambi dipendono dal consumo. E così, la lotta sul potere di acquisto, sul terreno della dignità del lavoro (art. 36 Cost), potrebbe perdere di senso: l’aumento del potere di acquisto dei lavoratori fa gola al capitale. Médaille aveva intuito per primo che, nella società del consumo, lavoratore e consumatore sono la stessa persona. Hanno fatto eco Linhardt e Trentin nello studio dell’evoluzione sociologica del lavoro. Società come Google o Facebook hanno giocato sul consumo il loro successo. I tempi di non lavoro oggi sono i tempi di consumo, con buona pace del “pensiero lento” di Kahneman, quello che era stato l’otium aristotelico e che i Francesi traducono in “loisir”.

 

Il secondo motivo è che il lavoro, allo stato, non offre più solo mano d’opera ma anche spiccate capacità intellettive (e per questo può ribattezzarsi: “cervello d’opera”).  Non solo, ma i lavoratori dispongono oggi di mezzi capaci di governare le catene produttive, anche da remoto. Banalmente, uno smartphone, un pc, un tablet o le stampanti 3D possono permettere di realizzare in casa veri e propri manufatti. Il terzo motivo è che anche la reputazione di capitale e lavoro sono legate vicendevolmente. Ad esempio, un tweet virale di un lavoratore può esaltare o intaccare l’immagine di un’impresa mentre, nel mondo della gig economy, come quello di Uber, Foodora o Deliveroo, i giudizi positivi degli utenti accreditano l’affidabilità di queste piattaforme e danno la cifra, pur sempre con diverse controindicazioni, della performance dei gig workers.

 

In altri termini, capitale e lavoro stringono alleanze. Anche la pandemia in corso ne ha dato prova. Lo smart working è stato uno scudo contro la crisi, scongiurando il declino di importati realtà produttive. La spinta all’economia di prossimità, che ne è derivata, grazie alla rinascita dei quartieri, ha illuminato la dinamica relazionale del lavoro contro la tendenza alla sua reificazione. Le radici etimologiche stesse della parola lavoro dicono questa dimensione: nella lingua francese è “apertura”’ nella declinazione di oeuvre, che rievoca il greco ουργία. La spinta alla glocalizzazione ha alleato capitale, lavoro e territorio verso l’obiettivo comune della sostenibilità sociale: produttività nel rispetto dell’ambiente e salari in grado di sostenere la domanda di consumo locale. Nella tradizione cristiana, il lavoro è opera di concreazione, legata alla terra.

 

E allora sorgono spontanei alcuni interrogativi. Come è possibile che i gig workers siano ancora vittima di sfruttamento, come la Procura di Milano ha di recente rilevato? Che le diseguaglianze, soprattutto per le donne (la cui forza lavoro durante la pandemia è calata del 4,2% contro la media europea del 2,1%) e per gli stranieri, crescano? Che in un Paese a basse nascite e quindi con un’offerta di lavoro contenuta, la disoccupazione dilaghi? Che il mondo del lavoro sia ancora diviso da una linea Maginot tra subordinati e precari? Che il lavoro nero sia ancora una piaga aperta? Che, dietro le cooperative e distacchi, ancora si annidi l’interposizione di manodopera?

 

Le cause, provando a decifrarle senza pretesa di esaustività, sono, in estrema sintesi, almeno due. La prima è l’incapacità di cogliere il cambiamento di alcuni attori del lavoro, ancora legati all’ideologia novecentesca del conflitto. La seconda è l’elevato costo del lavoro, una sabbia mobile in cui rischia di affogare ogni slancio di cambiamento del capitale verso il lavoro e viceversa. Quali soluzioni, dunque?

 

In prima battuta, un rilancio della logica partecipativa. Che è iscritta nel codice genetico della nostra Costituzione al suo articolo 46, ma non decolla. Sino ad oggi si è tradotta in una semplice partecipazione finanziaria dei lavoratori, con strumenti come le stock option o altre forme di azionariato diffuso, o in procedure di informazione e consultazione sindacale prive di impatto concreto. Occorre invece una partecipazione nelle scelte strategiche delle imprese: sul modello di cogestione tedesca, c.d. di partecipazione forte, nel segno dell’idea di “voice” di Hirschman. Così si invererebbe anche una delle condizioni per l’attuazione della responsabilità sociale dell’impresa verso, anzitutto, la forza lavoro.  Lo smart working, che responsabilizza lavoratori e imprese verso il comune obiettivo della produttività nel rispetto del work life balance, ne è un prototipo.

 

In seconda battuta, occorrono politiche di taglio del cuneo fiscale in una logica di workfare, in grado di allargare le maglie di occupazione delle aziende, sulle cui spalle ricadono costi insopportabili. I conseguenti risparmi devono essere investiti in percorsi di formazione e riqualificazione dei lavoratori per colmare il mismatch tra domanda e offerta di lavoro. In Italia, secondo le stime di Excelsior, esistono qualcosa come 100 mila posti di lavoro vacanti. Ne è un esempio la staffetta generazionale o il contratto di espansione. Per troppo tempo hanno avuto la meglio politiche assistenzialiste.

 

In definitiva, cogliere i frutti dell’alleanza tra capitale e lavoro richiede consapevolezza. Altrimenti, questi giaceranno sul terreno come mele mature cadute da un albero e destinate a deperire. Solo così il semplice impiego non disintegrerà il lavoro nella sua natura di viatico dello sviluppo umano e l’agire etico del capitale avrà la meglio sul mantra del profitto, esasperato e cieco dinanzi alla povertà che dilaga.

 

È ora di ribaltare la pericolosa idea di Wiener, padre della moderna cibernetica, secondo cui il lavoratore è quell’uomo medio, dotato di qualità mediocri, che non ha da vendere nulla che possa invogliare all’acquisto. Così come l’idea di un capitale che su questa mediocrità costruisce la sua fortuna. 

Tags: