Connessi per dare lavoro

di Ciro Cafiero (Presidente di Comunità di Connessioni)

 

La pandemia, scatenata dal Covid19, ci consegna tre insegnamenti. Il primo: il lavoro non è merce, ma viatico per lo sviluppo della persona umana. Lo smart working ha permesso ai lavoratori confinati nelle mura domestiche, durante il lockdown dei mesi scorsi, di uscire dal proprio isolamento. Il simbolo – direbbe Lèvinas in La traccia dell’altro – “dell’uomo che ricerca se stesso” per incontrare l’altro. Anche in un tempo di crisi come il nostro.

 

Si è disvelata, in altri termini, la ricchezza antropologica del lavoro, le cui radici sono l’umanità, la relazionalità, la solidarietà. Il suo significato antico è “conseguire quel che si desiderasecondo la radice sanscrita “labh” (a sua volta dalla più antica radice “rabh”). Sono queste le dimensioni che illumina il capability approach di Amartya Sen.

 

Il secondo insegnamento ci ricorda la nostra interdipendenza, il destino dell’uno dipende da quello dell’altro. Per meglio dire, siamo tutti connessi in cerchie sociali che interferiscono vicendevolmente, come già aveva intuito Simmel. Perciò, il telos del “comunare” e, di conseguenza, il bene comune sono una priorità irrinunciabile. Anche Fratelli tutti, l’ultima enciclica di Francesco, ricorda il movimento di prossimità che ciascuno è chiamato a fare per andare verso chi ha un bisogno. Da qui, si sperimentano la prossimità e la fraternità che fanno fiorire lavori non competitivi ma collaborativi.

 

Così i lavori più poveri di diritti, quelli meno dignitosi, non sono una maledizione ma uno stimolo per abbattere il coefficiente di diseguaglianza, detto “Gini”, che purtroppo è in crescita. La solidarietà sociale è incastonata come una gemma nella nostra Costituzione, per volere di padri costituenti come Costantino Mortati. Gli individualismi devono cedere il passo alla centralità della persona, secondo l’impianto personalista di Maritain. In parole semplici, chi ha ricevuto deve restituire per permettere di essere indipendenti.

 

Il terzo insegnamento è che l’osservanza dei primi due diventa la condizione irrinunciabile per la tenuta della società che sorgerà dopo la notte del Covid19. Altrimenti, anche essa, sarà fragile come una palafitta in preda ai venti. Ed allora, come attuare questi insegnamenti nel mondo del lavoro per riformarlo? Qui proponiamo almeno due riforme.

 

La prima è cogliere l’occasione per liberare definitivamente le potenzialità dello smart working, ma nel segno di una visione olistica. Non è tanto la modifica della sua disciplina normativa a segnare le differenze, quanto la sua capacità di essere chiave d’accesso ad un’inedita serie di opportunità. Questo significa una riconversione dei quartieri, secondo il modello dei quartieri “fifteen minutes”, con servizi a quindici minuti di distanza dall’abitazione dello smart worker. E dunque, uno stimolo all’economia di prossimità anche del Sud (c.d. South working) e alla creazione di nuova occupazione.

 

Ed ancora, significa il rilancio dei “white jobs”, i lavori di assistenza alle persone non autosufficienti che convivono negli stessi spazi degli smart workers o la creazione di centri di assistenza a questo scopo, a pochi passi dalle loro abitazioni. Ma anche la riconversione delle abitazioni poco comode, illuminate e rumorose, ripensate in un’ottica double face: centri della vita privata e lavorativa. Non più soltanto welfare aziendale, ma anche welfare domestico perché il benessere dei lavoratori passa anche dal comfort degli ambienti domestici di lavoro. E così, i lavori dell’edilizia subiranno un forte stimolo.

 

La seconda mossa è redistribuire i diritti e la ricchezza concentrati nelle mani di pochi (c.d. pay ratio) in favore di chi ne è privo. Altrimenti rimane una contraddizione antica che il Guardian ha recentemente denunciato: i 2.189 super ricchi del mondo, nei mesi dei lockdown primaverili, hanno aumentato il loro patrimonio complessivo del 27%, mentre centinaia di milioni di uomini e donne devono combattere per non finire alla fame. Questo non lo possiamo permettere. Nel nostro Paese l’esercito di 700 mila lavoratori della gig economy è rimasto per molto tempo privo di tutele, mentre oggi è caduto nell’imboscata dei sofismi giuridici. Per un paradosso della sorte, proprio i lavoratori dei servizi che sono stati essenziali durante la pandemia.

 

Legislatore, giurisprudenza e contrattazione si sono divisi sulla scelta del modello di protezione in loro favore, con in definitiva, un gioco a somma zero o, in alcuni casi, una discriminazione tra chi ha ricevuto alcune tutele e chi non le ha ricevute affatto. Ed invece, è sufficiente uno statuto basilare di diritti comuni, a partire da una retribuzione equa, nel segno del “lavoro dignitoso” che la Chiesa promuove da molto tempo.

 

Anche i lavoratori più fragili per motivi di salute e i tradizionali lavoratori precari meritano migliori garanzie. Durante la pandemia, molto medici e infermieri, in co.co.co., non hanno avuto accesso alle protezioni per la salute dei loro colleghi subordinati. Ed ancora, devono ripensarsi le garanzie per la sicurezza dei luoghi aziendali, in prospettiva di un graduale ritorno ad essi, con controlli in grado di verificare la salute dei lavoratori senza intaccarne la privacy. Non solo misurazione della temperatura o tamponi di massa, ma anche tecnologie a base blockchain in grado di rilevare anomalie fisiche.

 

Le aziende, inoltre, dovranno redistribuire la fiducia anche in favore dei lavoratori “in presenza”. Il distanziamento impone di ampliare i loro margini di autonomia perché impedisce un esercizio serrato del potere direttivo e organizzativo ma anche la diffusione dell’attuale modello della lean production: spazi contingentati per evitare movimenti inutili e dunque inutili dispendi di tempo nell’ottica della migliore produttività.  Mentre i tradizionali head quarters aziendali potranno essere centri di laboratori creativi, sessione plenarie, riunioni allargate.

 

Si tratta di soluzioni nuove di fronte a problemi nuovi. Ma anche di obiettivi ambiziosi. Per attuarli c’è bisogno di leader al servizio degli altri, in grado di ascoltare, risanare e costruire comunità. Ce lo ricordano parole luminose della tradizione: ‹‹Nella casa dell’uomo giusto, anche coloro che comandano, servono a quelli cui sembrano comandare. Infatti non comandano per la cupidigia di dominare, ma per il dovere di aiutare, non per l’orgoglio di essere i primi, ma per la misericordia di provvedere›› (Sant’ Agostino nel De Civitate Dei).