Caregivers: definiamo il volto della solidarietà familiare

di Ferdinando Tuffarelli

 

Nell’editoriale di Padre Francesco Occhetta Spes contra spem dell’11 aprile, l’autore si chiedeva se la politica possa aiutare la società civile a sperare. La riforma dei caregivers può rappresentare un esempio di risposta affermativa. Il prestare cura ad una persona, porta a vivere il confronto con la fragilità e a dover assumere, con l’altro o per l’altro, decisioni e comportamenti riguardanti la quotidianità, ma anche i valori morali.

 

La presenza, la vicinanza, l’assistenza sono manifestazioni di relazioni personali. Assumono un rilievo del tutto particolare se sono assicurate da un familiare nei confronti di un proprio congiunto invalido o malato. La persona che assiste assume non solo un riferimento fondamentale per l’assistito, ma anche un importante funzione sociale a cui devono essere riconosciute garanzie e tutele analoghe a quelle previste dall’ordinamento giuridico per le prestazioni lavorative.

 

L’esigenza di inquadrare giuridicamente la figura dei caregivers, con il riconoscimento di tutele, ha origine dall’evolversi della società e dei suoi costumi, del nuovo assetto delle famiglie. L’assistenza ad un congiunto era assolta, fino a qualche anno fa, all’interno del nucleo familiare attraverso una presenza alternata dei singoli componenti a casa, includendo il familiare in stato di bisogno nella vita quotidiana della famiglia.

 

L’evoluzione della società ha portato ad una modifica del nostro vivere quotidiano; le case rimangono vuote per diverse ore al giorno, uomini e donne della famiglia lavorano, i nuclei familiari si sono ridotti e si è iniziato a fare ricorso a soluzioni alternative per poter assistere il familiare malato, esterne alla cerchia familiare. Di qui il ricorso a collaboratori con specifica professionalità o a associazioni di volontariato.

 

Fino a qualche anno fa, infatti, il termine caregivers non era conosciuto nel nostro Paese. Il termine è stato mutuato dall’esperienza dai Paesi in cui tale figura risulta già da tempo titolare di diritti e di doveri analoghi ad altre forme di lavoro. L’assistenza e cura prestata dai caregivers ha ricadute economiche con riflessi sulla spesa che Stato e regioni, titolari della competenza in materia di prestazioni di assistenza e cura.

 

La tutela della salute rientra, difatti, fra i compiti condivisi tra Stato e Regioni, così come individuati nel riparto di competenze di cui all’articolo 117 della Costituzione, e rappresenta la voce di spesa che più rileva sui bilanci di tali organizzazioni. Molte famiglie hanno sperimentato come sia difficile, nelle ipotesi di invalidità permanenti o di necessità di cure a lungo temine, assicurare al famigliare un’assistenza presso strutture sanitarie in grado di offrire continuità nelle cure e attenzione alla persona.

 

Inoltre, in questo tempo caratterizzato dall’emergenza sanitaria ci si è resi conto dell’importanza, anche in termini di logistica e di risparmio di risorse, delle reti di assistenza territoriale e domiciliare, o comunque di come sia importante favorire lo sviluppo di un’assistenza di prossimità.

 

Tale necessità è diventata difatti uno degli obiettivi della Missione Salute del Piano di resilienze e resistenza (PNRR) che anche il nostro Stato predispone per poter usufruire delle risorse stanziate dall’Europa attraverso il Recovery Fund. Nell’ambito della Missione Salute fra le riforme necessarie si individua quella di rendere maggiormente efficiente il sistema di cure domiciliari, alla luce dell’efficienza e dell’efficacia che tale “vicinanza” può arrecare ai cittadini.

 

In Italia, grazie anche alla rete fondata dalle persone familiari che assistono quotidianamente congiunti, i caregivers appunto, è iniziato un percorso di approfondimento anche con le istituzioni pubbliche, volto al riconoscimento di diritti e garanzie nei confronti di tali persone che quotidianamente svolgono questo “lavoro”. Si pensi, infatti, alla loro necessità di vedersi garantite le tutele previdenziali e assistenziali.

 

Verso un riconoscimento

La legge di bilancio per il 2018 ha definito per la prima volta dal punto di vista giuridico la figura del Caregiver familiare individuandola nella: «persona che assiste e si prende cura del coniuge, dell’altra parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso o del convivente di fatto, di un familiare o di un affine entro il secondo grado» (o in casi specifici di un familiare entro il terzo grado che sia riconosciuto non autosufficiente e in grado di prendersi cura di se) (art. 1, comma 255 della legge 27 dicembre 2017, n. 205).

 

La stessa legge ha istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali il Fondo per il sostegno del ruolo di cura e assistenza del Caregiver familiare, con una dotazione iniziale di 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2018, 2019 e 2020. Con la legge di bilancio per il 2019 il Fondo è stato incrementato di 5 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021. La dotazione complessiva del Fondo è quindi di 25 milioni per gli anni 2019, 2020 e 2021.

 

Nella Gazzetta Ufficiale del 22 gennaio 2021 è stato pubblicato il decreto del 27 ottobre 2020, firmato dal Ministro per le pari opportunità e la famiglia di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, contenente i “Criteri e modalità di utilizzo delle risorse del Fondo per il sostegno del ruolo di cura e assistenza del caregiver familiare per gli anni 2018-2019-2020”. Con tale provvedimento, che pone fine ad un contenzioso tra Regioni e Comuni sulla gestione delle risorse, si potranno utilizzare per interventi a favore dei caregivers le risorse statali accumulate negli ultimi tre anni.

 

Al riconoscimento di risorse è necessario affiancare tuttavia un riconoscimento giuridico di tale figura, al fine di evitare che lo stanziamento economico possa essere temporaneo e non strutturale o che possano riscontrarsi usi non legittimi di tali risorse.

 

In Italia, infatti, la figura del caregiver familiare non è riconosciuta come entità destinataria di autonoma tutela previdenziale, retributiva e di diritti legati alla funzione oggettivamente svolta: fino ad ora per poter capire quali garanzie e tutele sono riconosciute ai caregivers è necessario fare riferimento a diverse normative. Tra queste, in particolare, assume particolare rilevanza la legge 5 febbraio 1992, n. 104, legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate, che non considera, tuttavia, autonomamente la figura di colui che presta assistenza, ma riconosce forme di congedo o permessi al lavoratore che certifichi di prestare assistenza a familiari.

 

La problematica, tuttavia, è ora all’attenzione del Parlamento. Sono sei i disegni di legge all’attenzione del Parlamento che hanno l’obiettivo di riformare la materia: di questi è stato ora predisposto un unico testo che unifica le proposte di legge presentate a inizio legislatura da Pd, Lega, M5stelle e Forza Italia.

 

Il disegno di legge “Disposizioni per il riconoscimento ed il sostegno del caregiver familiare”, ora in discussione presso il Senato (AS n. 1461), configura una prima forma di inquadramento giuridico, finalizzata al riconoscimento della tutela del lavoro svolta dal caregiver. Rispetto alla definizione data con la legge di bilancio del 2018, il DDL oltre a prevedere che l’attività del caregiver familiare sia svolta a titolo gratuito, prevede il riconoscimento a carico dello Stato per un periodo determinato (tre anni), dei contributi figurativi riferiti al periodo di lavoro e assistenza e cura effettivamente svolto.

 

Al fine di poter arrivare ad una disciplina soddisfacente della figura dei caregivers è necessario che sia prevista la valorizzazione delle esperienze da questi acquisite, ai fini di un loro inserimento nel mondo del lavoro, come l’accesso a posti di lavoro per figure professionali dell’area sociosanitaria. L’attività svolta in qualità di caregiver, infatti, deve essere considerata un’esperienza utilizzabile come specifico titolo in procedure concorsuali e, comunque, come requisito valutabile ai fini dell’accesso a incarichi presso le strutture sociosanitarie o assistenziali.

 

Come già affermato, l’esperienza maturata durante il periodo di pandemia potrà offrire spunti decisivi per delineare le competenze e le tutele di tale figura. Si pensi alle misure poste in campo per agevolare i genitori lavoratori di ragazzi costretti a rimanere nel proprio domicilio per quarantena o isolamento e alla valorizzazione del rapporto medico di medicina generale e caregiver nell’assistenza. Lo stesso DDL stabilisce che nell’ambito del sistema integrato dei servizi sociali, sociosanitari e sanitari-pro­fessionali delle regioni e delle province au­tonome, il caregiver familiare è coinvolto nelle attività dei servizi competenti per la valutazione multidimensio­nale delle persone in situazione di non au­tosufficienza o di disabilità, con particolare riferimento alla definizione del piano assi­stenziale individuale.

 

Il riconoscimento di un ruolo specifico nell’assistenza del famigliare al caregiver, unito al sostegno previdenziale dello stesso, rappresenta un sostegno e al contempo la valorizzazione di una scelta ispirata ai principi di solidarietà che ispirano il nostro sistema sociale. I tempi appaiono maturi per poter dare alla solidarietà un nuovo rilievo e poter offrire una risorsa importante alle prossime generazioni, definendo un importante diritto della persona.

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