Cosa cerchiamo negli astri?

di Edoardo La Ragione

 

«Il grado di penetrazione dell’astrologia nella nostra vita quotidiana lascia supporre qualcosa di più che una semplice moda»[1]: scriveva così verso la fine degli anni ’50 Ernst Jünger, esponente di spicco della cosiddetta “rivoluzione conservatrice”. Negli stessi anni, “sul fronte opposto della barricata” un altro grande filosofo tedesco, marxista però, in quel momento emigrato negli Stati Uniti, si poneva la stessa domanda circa il dilagare dell’astrologia nel mondo contemporaneo: si trattava niente di meno che di Theodor W. Adorno.

 

Due intellettuali così diversi, anzi opposti, molto probabilmente senza sapere dell’interesse dell’altro, si pongono negli stessi anni la stessa domanda. Di cosa è segno questo interesse di due grandi figure del pensiero contemporaneo circa un fenomeno apparentemente così marginale? E non dovremmo forse noi, uomini del 2021, chiederci ancora lo stesso, dato che l’interesse per l’astrologia nelle sue varie forme non tende a diminuire ma, anzi, ad essere un fenomeno sociale consolidato?

 

Adorno prende in esame per tre mesi, dal novembre 1952 al febbraio 1953, gli oroscopi della rubrica astrologica del quotidiano conservatore Los Angeles Times, indagando le implicazioni socio-psicologiche di una rubrica rivolta ad ampi strati sociali. Nell’astrologia contemporanea il filosofo vede una “superstizione” in cui l’occulto è istituzionalizzato, oggettivizzato e socializzato. Ciò che contraddistingue questo fenomeno rispetto al passato, infatti, è la sua ragionevolezza, il suo realismo, come se l’elemento puramente soprannaturale fosse stato espunto. L’irrazionale rimane solo come elemento formale di autorità astratta, come quel fondo da cui emergono le premonizioni astrologiche che il quotidiano offre “dall’alto” al pubblico. La rubrica infatti sembra fondarsi su uno sfondo impersonale e oggettivo che rimane imperscrutabile e inaccessibile, perché è proprio questo il motivo sotterraneo dell’attrattiva a livello popolare dell’astrologia.

 

Quello sfondo da cui provengono i messaggi, poi “interpretati” e pubblicati sulla rubrica, ha una diretta analogia con il modo con cui la gente sente l’ordine complessivo della vita. Vi sono persone, infatti, che non riescono a rendere ragione di una società sempre più complessa e istituzionalizzata, i processi sociali sfuggono e quindi sembrano emergere da uno sfondo indecifrabile e irrazionale, proprio come i responsi delle rubriche: «dato che per la maggior parte degli individui il sistema sociale è il “destino”, indipendente dalla loro volontà e dal loro interesse, esso viene proiettato sugli astri al fine di ottenere così una maggiore dignità e giustificazione, che quegli stessi individui sperano di condividere»[2].

 

L’astrologia diventa, secondo Adorno, il riflesso di un sentore comune a livello popolare per cui l’accadere degli eventi rimane oscuro e sembra provenire da un fondo che non si riesce a dominare. Le persone sempre più percepiscono sé stesse come pedine all’interno di un sistema che le ingabbia ma, se dovessero davvero ammettere la loro dipendenza, dovrebbero anche incolpare loro stessi per lasciare che questo avvenga. Il ricorso all’astrologia, invece, diviene il modo per scaricare le responsabilità sugli astri di cui si può solo subire passivamente l’influsso. Per queste ragioni, oltre a essere manifestazione di dipendenza, l’astrologia deve essere considerata anche come un’ideologia della dipendenza. Il sistema dell’astrologia non appare alla gente che vi crede molto diverso, quanto a imperscrutabilità e inesorabilità dal modo in cui percepisce il sistema in cui si trova a vivere.

 

Il mondo moderno, infatti, vive una particolare condizione in cui la crescente divisione del lavoro, meccanico e spirituale, produce da una parte una quantità sempre crescente di prodotti che si stagliano oggettivamente davanti alla vita dell’uomo in un modo sempre più opprimente e dall’altra il sapere si fa sempre più specialistico, non riuscendo a fornire alcuna immagine unitaria del mondo. Il nostro abitare e comprendere il mondo diventa affetto, come si esprimeva Musil, da una «frammentarietà infinita»[3]. La crescente complessità non permette di giungere ad alcuna visione d’insieme che accordi il proliferare delle varie parti.

 

«Sorge così» notava già Simmel nel 1911, «la tipica situazione problematica dell’uomo moderno: la sensazione di essere circondato da un’infinità di elementi della cultura, che non sono insignificanti, ma fondamentalmente nemmeno significativi, che, nella loro massa, hanno qualcosa di soffocante, perché l’uomo non può assimilare nella propria interiorità ogni singolo contenuto, ma nemmeno limitarsi a rifiutarlo, poiché appartiene potenzialmente alla sfera del suo sviluppo culturale»[4].

 

L’uomo si trova sempre più ai bordi rispetto ai rapporti che le cose intessono tra di loro e gli eventi quotidiani sembrano provenire da un fondo indecifrabile e oscuro, quasi come i responsi delle rubriche astrologiche. In questa perdita di centro, l’astrologia diventa una specie di sapere che si va ad inserire nel campo sempre più frammentato dei saperi specialistici, colmando le zone “lacunose” che si vengono a creare: «l’opacità dell’astrologia non è altro che l’opacità delle zone di confine fra i vari campi scientifici che non potrebbero essere uniti sensatamente. Così si potrebbe dire che l’irrazionalità di per se stessa, è l’escrescenza del principio di razionalizzazione che è stato perfezionato nell’interesse di una maggiore efficienza, la divisione del lavoro»[5].

 

Jünger invece non analizza nessuna reale rubrica astrologica, ma è piuttosto il ritorno dell’astrologia in sé che viene indagato come «segno eccezionale, gravido di premonizioni»[6]. L’astrologia, infatti, reintroduce nel mondo moderno, dominato dal tempo misurabile – quello rappresentato dall’orologio, in cui la lancetta che percorre il quadrante segna un tempo sempre uguale a se stesso – una misura diversa, un diverso modo di essere nel tempo. Ciò che appare nell’astrologia è una dimensione del tempo più arcaica: è l’orologio del destino, dove il susseguirsi delle ore non è livellato su un’uguale omogeneità, ma le ore sono diverse l’una dall’altra. In essa si cela «un anelito a uscire dal tempo astratto»[7] della tecnica che uniforma il divenire in un susseguirsi di istanti omogeneamente calcolabili e interscambiabili, riallacciando invece l’uomo a quell’orologio cosmico da cui la modernità ha preso congedo.

 

A nulla valgono le critiche di non scientificità dell’astrologia perché la forza del suo fascino consiste proprio nel non incarnare i principi del presente ma, anzi, nel contraddirli. E quanto più la vita assume un carattere metropolitano, tecnico-astratto, tanto più prepotente si fa presente il bisogno di qualcosa che lo rimandi a forze esterne alla consueta circolazione.

 

Inoltre, secondo Jünger, se si scruta senza pregiudizi l’astrologia ci si accorge che in esso domina realmente un sapere, un sapere non matematicamente misurabile ma relativo ai tipi astrologici, ovvero a quello sguardo che va in profondità nell’essere-così di ogni uomo. Dietro la caratterizzazione dei tipi astrologici c’è lo sforzo di scrutare in profondità l’essere dell’uomo nella sua insopprimibile singolarità all’interno dell’orizzonte del cosmo. È questo uno dei meriti dell’astrologia: lo sforzo di scrutare il “carattere” della persona ad una profondità ulteriore rispetto al ruolo che riveste all’interno della società o delle sue qualità culturali. In tempi in cui la persona risulta sempre più omologata e dispersa come atomo all’interno delle masse, l’astrologia riporta all’attenzione l’irriducibilità del destino di ogni individualità.

 

I segni dello zodiaco inoltre riportano alla luce un linguaggio di forme immutabili trans-storiche, elaborando dunque una caratterologia diversa da quella scientifica perché basata su forme del carattere che travalicano «tanto la peculiarità individuale quanto l’unicità storica»[8]. L’astrologia ritorna, dunque, come «residuo di tempi antichi, quale testimonianza non solo di un diverso stile di pensiero, ma anche di una diversa spiritualità. A esso è legato un modo di vedere che è largamente estraneo alla nostra osservazione scientifica; per suo tramite vengono rianimante forze rimaste a lungo sopite»[9]. Il diffondersi dell’astrologia nel mondo è, quindi, un sintomo rivoluzionario «di come l’uomo cominci a stancarsi dell’uniformazione che forse sino a poco tempo addietro ancora l’entusiasmava».[10]

 

A più di 60 anni di distanza dalle riflessioni di Jünger, possiamo dire che quel sintomo annunciava davvero un’istanza rivoluzionaria e che l’astrologia stesse segnando un ritorno nel mondo moderno ad una connessione con la Natura-Tutto e ad una ri-familiarizzazione con un pensiero diverso da quello tecnico-scientifico? Era davvero il sintomo di un’insofferenza verso il livellamento universale in vista dell’attenzione alla singolarità del destino?

 

A ben vedere in realtà l’astrologia diffusa oggi ovunque, ma soprattutto sui social e in particolare nella forma della tipizzazione dei caratteri astrologici dei segni piuttosto che nell’oroscopo quotidiano, è del tutto in linea con i processi di razionalizzazione e mercificazione dell’individuo nel mercato globale dell’esposizione di sé. Il fatto di mostrare il proprio il segno zodiacale con le sue caratteristiche, il riconoscersi in esso, il pubblicare post e meme a riguardo, scrutare la possibile anima gemella attraverso il calcolo del segno non è affatto un segno rivoluzionario ma, anzi, segue linearmente un processo di razionalizzazione classificatoria per cui ogni individuo si presenta con determinate qualità, pregi e difetti razionalmente prevedibili in vista di un accurata previsione-investimento verso gli altri nel mercato universale.

 

Come ogni prodotto sul mercato si vende con alcune caratteristiche e il compratore calcola razionalmente la scelta migliore analizzandole cosicché più sono precise e più sono controllabili, così il segno zodiacale di una persona è forse solo un’ulteriore via per comprenderne il carattere, non nella sua singolarità irripetibile ma in base a quello che ha da offrire, all’interno di un calcolo attraverso cui prevedere e definire l’altro per poterlo meglio conoscere. La scelta del partner diventa un calcolo che assicura il più possibile l’investimento, in modo che sia il più possibile sicuro e privo di rischi, prevedibile come un esperimento scientifico dove il caso deve essere scongiurato.

 

Forse potremmo dire che questa contemporanea “fede nelle stelle” non è espressione di una forma trascendente ma piuttosto, come segnalava Adorno, di un bruto culto empirico dei fatti governati da leggi meccaniche, il quale implica piuttosto «una scarsa fede trascendente» e un «agnosticismo disorientato»[11], non è una regressione a livelli metafisici precedenti ma l’espressione di un estremo positivismo.

 

La società dei consumi elimina l’alterità, ogni differenza si rende consumabile, conoscibile, addomesticabile. Il nostro esserci è ridotto a una somma di qualità, e di energie da spendere sul mercato attraverso la narrazione che si fa di sé. Il segno zodiacale è forse davvero solo un’altra forma di questa classificazione che non è affatto vissuta in connessione ai cicli naturali, o come un supposto ritorno a linguaggio mitico, ma solo come un’ulteriore definizione del carattere per meglio definire la propria identità da esporre nel teatro globale dell’esposizione di sé.

 

 

 

 

 

[1] Jünger, An der Zeitmauer, Ernst Klett, Stuttgart 1981; trad. it. Al muro del tempo, Adelphi, Milano 2000, p. 21.

[2] Theodor Wiesengrund Adorno, The Stars Down to Earth: The «Los Angeles Times» Astrology Column. A study in Secondary Superstition, in Soziologische Schriften II, Surkamp Verlag, Frankfurt am Main 1975; trad. it. Stelle su misura. L’astrologia nella società contemporanea, Einaudi, Torino 2010, p. 18.

[3] Robert Musil, Der deutsche Mensch als Symptom, in Gesammelte Werke, a cura di A. Frisé, Hamburg 1978; trad. it L’uomo tedesco come sintomo, Pendragon, Bologna 2014, p. 81.

[4] Georg Simmel, Der Begriff und die Tragödie der Kultur; trad. it. Concetto e tragedia della cultura in Arte e civiltà, a cura di D. Formaggio e L. Perucchi, ISEDI, Milano 1976, p. 106.

[5] T. W. Adorno, Stelle su misura. L’astrologia nella società contemporanea, p. 127.

[6] Ernst Jünger, Al muro del tempo, p. 11.

[7] Ivi p. 38.

[8] Ivi p. 52.

[9] Ivi p. 37.

[10] Ivi p. 66.

[11] Adorno p. 124.