Università: una vocazione da rigenerare?

di Alessandra Luna Navarro

 

Nel dibattito pubblico si parla spesso di riforme per l’Università, ma troppo poco su che cosa sia o su quale dovrebbe essere la sua vocazione. Eppure, basterebbe guardare ai desideri degli studenti che la abitano per comprenderne il ruolo essenziale come spazio pubblico di servizio e di fraternità. Ad esempio, il desiderio di chi sceglie di studiare per costruirsi un futuro che sia anche un servizio per la società. Oppure, di chi ama la ricerca della verità e, con onestà intellettuale, cerca una risposta alle domande che abitano la propria comunità. Oppure, infine, il desiderio di chi sente la responsabilità di passare il testimone alle nuove generazioni, di trasmettere ai giovani gli strumenti necessari per realizzarsi e per portare avanti il benessere di tutti.

 

Molto spesso, però, questi desideri sembrano sbiaditi, a volte persino traditi. Il passaggio del testimone tra i professori e i giovani spesso non avviene, perché i membri più senior non hanno il tempo, gli strumenti e i finanziamenti necessari per poter creare spazio per i più giovani. La mancanza di supporto tecnico-amministrativo non consente di liberare le forze e concentrarle nel servizio verso gli studenti. Invece, nei casi peggiori il desiderio di condividere è completamente assente o è sostituito da interessi personali. Alle giovani ricercatrici e ai giovani ricercatori non vengono concessi spazio e tempo per crescere, ma a loro vengono affidate mansioni che spengono la creatività e il desiderio di fare ricerca. Il desiderio di servire nella ricerca si alimenta anche della libertà e dell’autonomia dalle gerarchie universitarie, che costituiscono un terreno fecondo per sviluppare un pensiero libero e critico. In Italia occorre invece, come ha recentemente ricordato anche Maria Chiara Carrozza, avere il coraggio di dare responsabilità e spazio ai giovani. Nel nord d’Europa ai giovani vengono offerte molte più opportunità per esporsi e per imparare. Non è raro, infatti, vedere giovani ricercatori con tre anni di esperienza già a capo di piccoli research team e con prestigiosi finanziamenti.

 

Il desiderio nei giovani ricercatori non è spento solo dalla mancanza di spazio e autonomia, ma anche dalla precarietà e dal “burn-out”. Se il primo problema è tipicamente italiano, i restanti sono intrinseci anche delle Università all’estero. Chi fa ricerca ha stipendi troppo bassi, contratti troppo brevi (da pochi mesi a massimo un anno, senza sapere fino all’ultimo se sarà rinnovato o meno) e ore di lavoro troppo lunghe. La continua mobilità è una condizione necessaria per chi desidera fare ricerca. Questa precarietà è presente soprattutto nel periodo più fragile della carriera universitaria, ovvero quando dopo il dottorato si effettuano le prime esperienze “post-doc”, ma ancora non si ha l’esperienza per poter accedere alle prime posizioni da ricercatore indeterminato o “assistant professor”. Questa “fragilità” deteriora il desiderio di fare ricerca soprattutto perché coincide con la fase anagrafica in cui la giovane ricercatrice o ricercatore desiderano mettere “radici”, ovvero iniziare a costruire un progetto di vita con la propria comunità.

 

Questa precarietà è anche l’ostacolo più grande a un equilibrio lavoro-famiglia sia per gli uomini che per le donne, perché con gli assegni di pochi mesi (che per lo più arrivano quando arrivano) non si può né richiedere un mutuo né pagare l’asilo nido. Analizzando le tempistiche del gender gap si evince che è proprio in questa fase che avviene il calo maggiore delle quote femminili: fino al PhD le dottorande sono il 50% dei ricercatori, in seguito i numeri calano drammaticamente: le professoresse sono il 25% e, inoltre, solo 7% dei rettori sono donne. Per le donne, desiderare una famiglia diventa inconciliabile con la carriera accademica. Il congedo per maternità aiuta solo temporaneamente, perché non elimina il problema di dover pubblicare e vincere “grants” per poter continuare a fare carriera. In questo senso, occorre creare altri strumenti di valutazione della carriera che riescano a reinserire le donne dentro il mondo accademico dopo un periodo di maternità, come proposto da alcune fellowship programmes. Per combattere il gender gap occorre, invece, agire su questi problemi concreti ed evitare iniziative troppo simili al pink washing, una promozione della parità di genere, simile al marketing, che però rimane in superficie senza affrontarne la complessità del problema.

 

Infine, il terzo problema dell’Università è il “burn-out”: un fenomeno che si dà quasi per scontato, soprattutto all’estero, dove le università offrono molti strumenti gratuiti per combatterlo, come corsi di meditazione o psicologi gratuiti. Le ore di lavoro che vengono richieste nella pratica sono tantissime e, allo stesso tempo, il sistema è estremamente competitivo. Occorre chiedersi però se spingere le persone a questo stato, invece di favorire un clima di collaborazione, generi o meno una ricerca migliore. Il desiderio di chi studia è spento dalla mancanza degli spazi e dei mezzi necessari per poter studiare con dignità. Un dialogo fallimentare tra l’università e il mondo del lavoro crea nei giovani studenti la certezza di dover emigrare per percepire uno stipendio che permetta l’indipendenza economica, creando un clima da “si salvi di chi può” invece che di fraternità. Dobbiamo riconoscere che il welfare è un problema serio dell’Università per studenti, ricercatori e professori.

 

Ma sappiamo che l’Università non è questo e non dovrebbe essere questo. L’Italia è capace di formare talenti, come dimostrano i 14.000 ricercatori italiani che oggi sono eccellenze all’estero. Lo dimostrano tutti i professori, le professoresse e le piccole realtà virtuose che oggi,  a discapito degli investimenti esigui (solo 1.43% del PIL in Ricerca e Sviluppo in epoca pre-covid), rendono l’Italia l’ottavo leader mondiale per pubblicazioni scientifiche. Occorre, allora, chiedersi cosa riusciremmo a fare in Italia se potessimo attuare le riforme giuste, riforme capaci di riportare i desideri di servizio e fraternità al centro della vita in ateneo.

 

La sfida della transizione e del rinnovamento sociale si gioca anche all’Università. Il PNRR rappresenta una straordinaria opportunità di investimento su capitale umano, innovazione e ricerca. Sono stati stanziati 15 miliardi di euro per sostenere Ricerca e Sviluppo, di questi quasi due miliardi solo per il welfare studentesco. Mario Draghi lo ha recentemente ricordato in Emilia-Romagna: “quando si investe in ricerca, si punta al futuro”. Come fare per riaccendere il desiderio di servizio e fraternità con le riforme? Comunità di Connessioni ha recentemente scritto che, per ri-accendere i desideri e ricostruire, abbiamo bisogno di volti, competenze e metodo.

 

Essere un volto significa soprattutto non avere paura di condividere tutto quello che si sa, perché il tuo volto è anche la tua esperienza, come ha recentemente ricordato anche Mariella Enoc. Chi inizia questo cammino dopo di te ha bisogno anche della tua esperienza per crescere. In questo senso, occorrono strumenti concreti di mentorship che creino alleanze generazionali. Avere un volto significa saper fare da mentori ed avere dei mentori. Il mentore è generoso e desidera che il “mente” lo superi per il bene della comunità. Servono mentorship dall’alto verso il basso, ma anche dal basso verso l’alto, dove i più giovani fanno da mentori ai più senior per aiutarli a comprendere alcune sfide del presente in cui occorre poter guardare con occhi “nuovi” come, ad esempio, le pari opportunità o la transizione digitale e ambientale.

 

La competenza è la base dell’Università. I concorsi formalmente “aperti” ma praticamente “chiusi” e le raccomandazioni bloccano la competenza, rendono l’Università immobile e incapace di rigenerarsi. Abbiamo bisogno di dare spazio alla competenza, perché dà credibilità al nostro volto di ricercatori, professori e studenti. Senza competenza non si possono vincere finanziamenti e, senza di essi, non si riescono a creare le condizioni affinché le eccellenze non lascino il Paese. I nuovi finanziamenti danno la possibilità di premiare la competenza e creare nuove opportunità per riconoscere, coltivare e valorizzare il merito. Questo è un segnale importante da dare agli studenti, ai quali occorre dimostrare che il sacrificio e la competenza sono premiati, ad esempio mettendo il nome giusto nell’ordine giusto nelle pubblicazioni. La competenza rappresenta anche la “fondamenta” di una ricerca che sia servizio per la comunità e il policy making. Infine, la competenza necessita di una burocrazia “snella”, che permetta all’Università di essere un “living lab” di tecnologie e partnership innovative.

 

Il metodo è la condivisione, una condivisione che crea connessione. Uno dei miei più cari professori a Cambridge (dove ho recentemente concluso il mio PhD) mi disse che a rendere unico il dottorato non è tanto l’effettivo contributo in conoscenza che raggiungi, ma le persone che incontri nel tuo percorso e con le quali condividi sacrifici, pochi soldi e tanta pressione, ma soprattutto un desiderio: il desiderio di cambiare la realtà che ti circonda in meglio, di dare il tuo piccolo contributo perché questo possa succedere. E sono proprio queste connessioni, come le connessioni che instauriamo nei luoghi di studio e di lavoro dove regna un clima di collaborazione e condivisione, che ci accompagnano negli anni e ci aiutano a mantenere vivo il desiderio di servire la comunità che abitiamo.

 

Dedichiamo questo editoriale a tutti i professori, ricercatori e studenti che rappresentano già oggi un volto, una competenza e una condivisione nell’università italiana, perché rappresentano per noi, come disse Aldo Moro, la “certezza delle cose future”. Costoro mantengono accesa la speranza che un’Università fatta di dono, fraternità e servizio esiste, può esistere e sono loro che dobbiamo porre al centro delle riforme per l’Università.