Quattro domande ai partiti

di Paolo Bonini

 

Due cammini paralleli si sono aperti: quello del “Governo di scopo”, nato per gestire l’emergenza sanitaria e la drammatica situazione economica, e quello interno alla vita dei partiti. L’opinione pubblica si chiede sempre di più se siano necessari e la ragione della loro distanza dalla realtà quotidiana. Eppure, sulla base del sistema costituzionale, le loro funzioni continuano ad essere lo scheletro grazie al quale si può garantire la democrazia. Pensiamo, ad esempio, al compito a loro affidato per la selezione della classe dirigente, per l’organizzazione dei consensi e per la rappresentazione delle istanze sociali.

 

Il rischio, come sottolineano voci autorevoli della dottrina, è quello di «essere scatole vuote e di non svolgere più la loro funzione, fondamentale per ogni democrazia: trasmettere e rappresentare le domande dei cittadini»[1]. Per questo che cercheremo qui di rispondere a quattro domande presenti nel dibattito pubblico e tra la gente.

 

  1. Hanno ancora un senso le funzioni dei partiti?

I partiti attualmente presenti in Parlamento hanno una forma sui generis. Alcuni sono radicati intorno alla figura carismatica del leader: Italia Viva con Renzi, Forza Italia con Berlusconi, Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni, e anche partiti minori, come +Europa con Emma Bonino, Azione con Carlo Calenda.

Quelli principali – Lega-Salvini premier, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico – stanno dimostrando di avere caratteristiche comuni. Al proprio interno hanno diverse correnti, più o meno visibili, e regole del gioco tali da rendere le loro leadership formalmente contendibili. Tuttavia, condividono anche una debolezza intrinseca: sembra che abbiano esaurito la capacità di rappresentare un genuino dibattito socio-politico e assomigliano sempre di più a macchine che si accendono al momento delle elezioni.

 

  1. Quali legami hanno i partiti italiani con i partiti del parlamento europeo?

È poco noto, ma il sistema politico italiano è legato alle “famiglie politiche” dell’UE. Nel 2018, all’inizio della legislatura nazionale, M5S e Lega affermavano le loro posizioni antieuropee, mentre Forza Italia e il PD erano tra i principali partiti sostenitori dei gruppi europei del PPE e di S&D, i due maggiori gruppi europei. Addirittura, dalle elezioni europee del 2019, il M5S si è ritrovato orfano in Europa: dopo la brutta esperienza della militanza nel Gruppo EFFD (Europe of Freedom and Direct Democracy), guidato da Nigel Farage, uno dei maggiori ispiratori di Brexit, non è riuscito ad apparentarsi con alcun gruppo.

Nel dicembre 2020 qualche eurodeputato 5Stelle, dopo l’espulsione per aver votato contro la Politica Agricola Comune all’Europarlamento, ha trovato casa nel Gruppo dei Verdi, anticipando le rivendicazioni del partito in Italia per la guida del Ministero della Transizione ecologica, istituito poi dal Governo Draghi.

La stessa Lega ha progressivamente messo in discussione la linea antieuropea e, dopo la vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti e la debolezza dei suoi interlocutori internazionali, si sta avvicinando all’area del PPE.

Queste dinamiche “liquide” dipendono anche dalla navigazione del governo nazionale. Basti osservare che il ricollocamento dei partiti in questa Legislatura è causato più dall’esigenza di garantire la loro presenza nelle dinamiche decisionali, che dalla difesa della loro visione politica e strategica all’interno dell’Europa.

 

  1. Di quali dinamiche interne vivono i partiti?

La confusione delle regole elettorali sta condizionando la vita stessa dei partiti, ma sembra il gioco del “gatto che si morde la coda”. La storia della seconda fase della Repubblica ha dimostrato quanto i sistemi elettorali incidano sulle posizioni politiche e sugli schieramenti. Bisognerebbe riflettere sul senso della differenza tra sistemi elettorali locali, regionali e nazionale. Si potrebbe tentare una sincronizzazione delle leggi elettorali per preparare una revisione del sistema attualmente in vigore per l’elezione di un Parlamento che vedrà ridotti i propri esponenti.

 

  1. Quali trasformazioni stanno affrontando i partiti?

Il Movimento 5 Stelle è in piena trasformazione. Dalla stagione di Grillo, Casaleggio (senior e poi junior) e i primi notabili che nel frattempo hanno consolidato un ruolo politico e istituzionale (Di Maio, Fico, Fraccaro, Patuanelli), si sta predisponendo un primo cambio di passo. Dall’esperienza di governo emergono due esigenze: da una parte conservare la legittimazione a governare e la credibilità di soggetto istituzionale; dall’altra il rilancio di una identità di outsider e di voce della contestazione. Grillo, in mezzo a questa polarità, ha tracciato una via di uscita, rilanciando la “visione” del Movimento, non più con il “giallo” della democrazia diretta online, ma con il “verde chiaro” ecologista e rinnovatore. Questa operazione dovrebbe consentire di recuperare una collocazione europea e una credibilità sovranazionale.

 

Il Partito Democratico ha cambiato il nono segretario politico in quattordici anni di vita, di questi, tre (Bersani, Epifani e Renzi) non appartengono più nemmeno al partito. Le tensioni presenti al loro interno sono quelle tra un riformismo centrista di stampo “ulivista” e una nuova identità di sinistra. La prima ricolloca al centro l’ambizione di rappresentare tutte le istanze politiche riformiste, progressiste coerenti con la storia del partito. Ciò è auspicabile e potrebbe incidere sul nome stesso del Pd. La seconda tocca la nuova identità della “sinistra”, per consolidare il filo rosso dall’esperienza appena trascorsa della maggioranza PD-M5S-Leu.

 

Il rischio è quello dello strabismo: da una parte il PD partito di governo converge verso il centro con una vocazione “di coalizione”, dall’altra invece è chiamato a recuperare la propria identità riformista attraverso una franca discussione interna che apra alla società e alle sue migliori energie. Se non affronta questo passaggio il destino è scritto: rimanere intrappolato nella logica delle alleanze di governo senza una prospettiva propria riconoscibile.

 

Sul tema coalizioni si fonda la struttura e l’identità del centro-destra, in continua ricerca di una legittimazione a governare. Il governo Draghi sta offrendo, in particolare alla Lega, la possibilità di riposizionare la propria ideologia politica in senso ‘moderato’, che invece la Meloni ha rifiutato. In questo quadro si collocano le diverse proposte neo-centriste che, tuttavia, sembrano costituire ciascuna un’idea di aggregazione provvisoria. Italia Viva, Azione, +Europa e lo stesso composito mondo di Forza Italia, potrebbero consolidare un comune impegno, avendo un bacino elettorale potenzialmente largo ma limitato dai tratti maggioritari del sistema elettorale. Molto dipenderà dalle scelte del Partito Democratico e dalle vicende del contesto europeo e internazionale.

 

Ogni trasformazione, però, può essere anche l’occasione di un autentico rinnovamento delle persone e proposte politiche. Alla condizione che i processi di ridefinizione dei partiti siano una priorità di chi li guida. Il rischio è quello di assistere a una banale rappresentazione, senza investire nella disperata domanda di rappresentanza che gli elettori pretendono, soprattutto innanzi alle enormi sfide di questo tempo: pandemia, economia, trasformazione digitale e transizione ecologica. Disattendere la richiesta di autentico cambiamento, che in passato ha alimentato i populismi, oggi rischia di impoverire ulteriormente la credibilità della classe dirigente e delle istituzioni, sbilanciando i circuiti socio-economici verso interessi internazionali (globali) più o meno occulti.

 

Il tempo del Governo Draghi continua a rappresentare un’occasione, ma ha una precisa data di scadenza. Da quel momento saranno i partiti a dover rispondere e a prendersi le loro responsabilità davanti al Paese.

 

 

[1] P. Ignazi, I partiti in Italia dal 1945 al 2018, Bologna, 2018

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