di Giulio Stolfi
Alcuni mesi fa (per la precisione, all’inizio della primavera, in uno scenario che – per quanto non remoto – è ormai completamente mutato, a riprova di quanto questa strana stagione ci ponga di fronte a continui rivolgimenti di fronte), chi scrive offriva dalle pagine di questo sito una piccola riflessione sulla necessità di una “ecologia istituzionale” che possa, all’esito del “tempo di pandemia” dal quale siamo attraversati, rinnovare alcune delle coordinate che determinano gli equilibri attuali fra i poteri pubblici e i cittadini.

Premessa del discorso è che, più che di veri punti di equilibrio, si debba parlare di “dis-equilibri”, ossia di approdi sdrucciolevoli ed insicuri, prodotti di lunghi rivolgimenti mai pienamente maturati; del perdurare, accanto a non del tutto dischiusi embrioni di cambiamento, di una grammatica antica del diritto e del potere (ancora imperniata sul dominio concettuale dell’arsenale ideologico della statualità moderna), lasciata a gestire – inadeguatamente – un magmatico divenire della realtà socio-economica.

Ulteriore premessa è quella tratta dall’osservazione del tempo di crisi in cui siamo immersi: crisi che, agendo da catalizzatore di tendenze e di fenomeni socio-economici già in atto, ha costretto e costringe tutti noi a confrontarci, attraverso lo specchio distorto e allucinato della malattia e della morte in quanto fenomeni collettivi con i grandi problemi e con le grandi ferite del nostro contesto post-moderno.

Come si accennava in quella occasione, non può negarsi che l’epidemia abbia svelato, innanzitutto, la drammaticità di una tenaglia in cui siamo intrappolati, quella cioè che vede da un lato un sistema produttivo che, nel crepuscolo della dinamica capitale-lavoro, fa leva sulla circolarità (nel debito) dell’economia finanziaria e sulla riduzione del lavoratore (e del civis) a puro consumatore[1]; e, dall’altro lato, un sistema istituzionale in affanno, che cerca di dare risposte al tempo della crisi ripescando l’armamentario della statualità moderna nella sua versione “forte”, monolitica, accentratrice, quando non schiettamente autoritaria, proponendo la grammatica del potere sovrano come unico tessuto di protezione per individui, altrimenti soli, in balia di fenomeni che si danno su scala troppo ampia per essere controllati.

Si tratta, come ognuno vede, di una tenaglia che poggia su due grandi illusioni: quella della crescita infinita del prodotto(impossibile in un mondo di risorse finite, e peraltro nemmeno più abbondanti) e quello della statualità come approdo ultimo della ragione politica (lo Stato vive nella Storia e come ogni prodotto storico ha avuto un inizio e avrà una fine). Ma questa tenaglia, si intende, non è stata certo creata dall’emergenza: al contrario, l’emergenza ha portato allo scoperto delle correnti carsiche che percorrevano la nostra società al di sotto dell’ingannevole calma del quotidiano (con le sue distrazioni).

A riprova di questo formarsi della tenaglia di cui stiamo parlando in una vera e propria longue durée, chi scrive andava citando alcune delle critiche ormai “classiche” alla società di massa novecentesca (di cui la post-modernità eredita tutti i problemi, estremizzandoli e affastellandone degli altri), sottolineando come esse suonino oggi attuali ai limiti del profetico. L’esempio posto sotto la lente di ingrandimento, allora, era stato quello della veemente posizione “antimoderna” di un pensatore economico-politico tornato di recente alla ribalta, perché visto come uno dei possibili ispiratori del pensiero e dell’azione di Mario Draghi. Si tratta di Wilhelm Röpke, noto come teorico della c.d. “terza via” e padre ideale del c.d. “ordoliberismo”, dommatica di politica economica (ma non solo) che per molti (critici) è profondamente iscritta nell’agire delle istituzioni europee, tanto da orientarne in modo quasi ineluttabilmente meccanico le scelte[2].

Proprio la connessione inevitabile (e non ingiustificata) che si istituisce fra Röpke e il pensiero c.d. “ordoliberista” ha offerto il destro ad alcune critiche, che chi scrive ha trovato molto interessanti, alle posizioni espresse nel piccolo intervento al quale più volte ci si è richiamati. Sembra quindi il caso di chiarire ed espandere, allora, alcuni punti fondamentali del ragionamento, forse lasciati in ombra dalla mancata piena esplicitazione del senso del rimando al pensiero dell’economista di Schwarmstedt.Sottinteso di quel rimando è la convinzione che Röpke “antimoderno” sia, in verità, molto più “contemporaneo” ed attuale di quanto la sua eredità nel campo del pensiero economico possa far supporre.

È necessaria una attenta analisi della critica di Röpke (ma di tanti altri) alla perdita di senso della vita umana spersonalizzata, ridotta a mera individualità dal predominio della tecnica e da una concezione, in fondo, autoritaria della politica. D’altronde, non può che essere autoritaria ogni concezione che si imponga la salvaguardia di un “collettivo” di individui, perché il bene comune di questo “collettivo” è nella salvaguardia del tutto prima che delle parti, come già insegnava Jacques Maritain; ben altra cosa è, invece, il bene comune di una società che si concepisca come società di persone: questo è un bene comune per-la-libertà, poiché deve risolversi a vantaggio e beneficio della persona umana, che mira a realizzare la propria dignità e la propria libertà[3].

In questo senso, la critica – paradossalmente più della vera e propria pars construens – contiene in sé un embrione di riflessione costruttiva, valida anche per l’oggi, nel momento in cui pone con radicalità il tema della necessaria unitarietà del problema economico e del problema istituzionale. È un tema caro a chi mira a preservare, ed in realtà a realizzare, una forma di umanesimo integrale. Homo politicus e homo oeconomicus non si possono disgiungere: insieme formano il civis, che è persona in relazione.

È probabilmente necessario partire dalla ri-affermazione di questa prospettiva integrale sulla società in quanto fatta di persone: così come per Röpke la preoccupazione data dall’esperienza dei totalitarismi conduceva a certe soluzioni economiche (forse adesso, almeno in parte, inattuali), oggi è la realtà di un mondo reso piccolo dalla tecnica, minacciato di distruzione dalle opere dell’uomo, e di un modello di sviluppo da troppo tempo riconosciuto come insostenibile, ma apparentemente incapace di fermarsi, a imporre un ripensamento di paradigmi[4].

La transizione ecologica, idea-forza che guida la costruzione del cambiamento in campo economico, non potrà però avvenire con pienezza in un sistema dove il meccanismo di funzionamento dei poteri pubblici e l’architettura delle istituzioni rimangono quelle del recente passato: i nostri ordinamenti sono chiamati ad un concomitante sforzo di apertura e ripensamento, che li renda capaci di accogliere il nuovo modello economico improntato alla “cura della casa comune”, per citare un importante documento del recente magistero della Chiesa.

Se davvero la prospettiva è quella di valorizzare la profonda interconnessione, che è lo stato naturale delle nostre esistenze, per rigenerare un equilibrio fra uomo e ambiente, la statualità di stampo moderno non può realizzare questo obiettivo. Lo Stato, nato per governare il “particolare”, per occupare uno spazio definito (e in tendenziale indifferenza-ostilità con le altre entità statuali), è una realtà “chiusa”, dove oggi invece servono modelli istituzionali “aperti”, flessibili, capaci di salvaguardare le realtà locali pensandole in una dimensione globale.

Si inserisce qui un altro punto che ha destato qualche perplessità nei lettori di quell’intervento di marzo, e che mi sembra opportuno formulare meglio. A prescindere dall’adesione (invero, a volte – anzi spesso – meccanica) a determinate teorie e prassi di governo dell’economia, l’esperimento più avanzato di superamento della statualità (sia pur costruito con la grammatica del diritto pubblico moderno, come è inevitabile che sia: a partire dall’amministrazione) è comunque quello delle istituzioni europee.

E, pur fra errori e tentennamenti, e pur avendo nel frattempo collezionato alcuni disastri in politica estera, l’Europa sembra reggere alla prova del Covid. Si pensi non solo al Next Generation EU (NGEU), già citato, ma anche a quello che pare doversi definire un buon recupero di una campagna vaccinale che, all’inizio della primavera 2021, sembrava completamente fallimentare. Recupero che è stato possibile in parte grazie alla capacità contrattuale delle istituzioni comuni, in parte grazie a scelte solidali fra gli Stati membri (es. la decisione, in Francia, del colosso farmaceutico Sanofi di riconvertire “in corsa” la propria linea autonoma di sviluppo di vaccini per produrre il siero Pfizer).

Tuttavia, è chiaro che per rappresentare davvero un modello nel futuro, l’Europa dovrà cambiare. Liberandosi di rigidità che negli ultimi anni hanno proiettato un’ombra sulla sua capacità di rispondere alle sfide del presente; affrontando e risolvendo il problema di una eccessiva complessità del quadro delle fonti e dei soggetti che agiscono nel suo sistema istituzionale, complessità che dà luogo al fenomeno delle sovrapposizioni (compresenza non ordinata di elementi non conciliabili) e che, almeno in parte, causa una persistente percezione di “distanza” rispetto ai cittadini. In questo senso potrà essere davvero capace di autodeterminarsi sulla scena globale, esercitando quella “sovranità europea” (ben diversa dalla sovranità statuale vera e propria) di cui sempre il premier Draghi parlò a Bologna qualche anno fa, ricevendo la laurea honoris causa in giurisprudenza, e di cui nell’articolo di qualche mese fa si è provato a tratteggiare un possibile significato.

Soprattutto, l’Europa dovrà recuperare idealità e identità, accantonando, ad esempio, la troppo spesso acritica adesione a dei principi “apparenti”, in realtà semplici “valori strumentali” al perseguimento di altri (e dimenticati) beni. È questa la sfida, intricatissima ma non eludibile, che la generazione “post-Covid”, messa alla prova come quelle immediatamente precedenti non sono state, è chiamata a raccogliere e far propria.

 

*l’articolo riprende una riflessione scritta per “Vita pastorale”, ampliandola e contestualizzandola come ripresa e ulteriore svolgimento di una riflessione apparsa su questo sito nel marzo scorso

 

 

[1] Cfr., ad es., la recentissima riedizione di alcuni scritti in tema di Z. Bauman, Homo Consumens, Il Margine, Trento 2021.

[2] Cfr. Al di là dell’offerta e della domanda, n. ed. it. (a cura di D. Antiseri e F. Felice) Rubbettino, Soveria Mannelli 2015.

[3] Cfr. La persona e il bene comune, Morcelliana, n. ed. Brescia 2009.

[4] Spunti (consonanti) di notevole interesse ora in G. Sapelli, 2020. Pandemia e Resurrezione, Guerini e Associati, Milano 2021.