Tommaso Galeotto

 

Iniziamo con una domanda che riguarda gli elettori dei 1.154 Comuni in cui si voterà il 3 e 4 ottobre. Quale senso hanno le elezioni amministrative in uno scenario sempre più globale? Riescono ancora a tenere insieme la dimensione locale di prossimità e quella globale di appartenenza al Paese e all’Europa?

Le amministrative sono le elezioni più vicine alla gente, gli elettori conoscono i candidati, le loro capacità e intenzioni. Votare un candidato nei territori significa simbolicamente essere disposti a consegnargli le chiavi della propria casa. Per questo occorre votare i più “convincenti” e non i più “potenti”. Le amministrative sono “una palestra” di democrazia, selezionano e preparano alcuni candidati a giocare grandi partite per il Paese. Non si limitano al candidato da votare, ma alla costruzione di comunità che nascono intorno all’esperienze delle elezioni. Quando le liste sono la somma di interessi di gruppi locali, sono destinate a implodere. Se esprimono la visione dello sviluppo di un territorio, allora sono destinate a durare. Oggi le buone amministrazioni sono quelle che puntano sul coinvolgimento attivo dei propri abitanti, a partire dalle scuole. Ci sono anche alcune ombre da diradare. La gente comune ai candidati dice: “siete tutti uguali”, per dire “non mi voglio interessare”. Ma senza collaborazione tra amministratori ed elettori il futuro dei territori si converte in passato e la fecondità di nuovi progetti in sterilità politica. L’ho ribadito in una intervista pubblicata da Famiglia cristiana nel numero di questa settimana: amministrare non significa solamente pensare alla tèchne (al saper fare) ma al futuro della polis (il saper progettare politicamente), per garantire un’idea di sviluppo di città e non solamente città pulite, sicure e risolvere bene i problemi aperti, come il traffico e i servizi legati alle cure dei più deboli. Le molte liste civiche che spesso «localizzano» il voto hanno il compito di aprirsi per essere meno «civiche» e più «politiche», ossia legate a un nuovo processo politico che può nascere dai vari territori e dalla cultura dell’amministrazione locale che manca agli attuali deputati. Le elezioni amministrative comunque rimangono un modello su cui è possibile portare la politica nazionale anche se è contro l’interesse dei partiti. La legge elettorale esclude gli estremi e porta a scegliere sindaci moderati e rappresentativi di aree culturali diverse. Se la politica nazionale scegliesse questo modello si rafforzerebbe la governabilità e l’alternanza tra gli schieramenti.

 

In Italia, negli ultimi dieci anni si sono susseguiti, compreso il governo Draghi, ben sette governi. Se è vero che la democrazia non può fare a meno del principio di governabilità, la situazione italiana preoccupa. Che cosa non sta funzionando e che cosa occorre fare?

È vero, ma negli anni Settanta e Ottanta era ancora peggio. Allora, però, funzionavano i partiti che trasformavano le dure tensioni sociali, fatte di scontri e a volte di violenza, in proposte politiche, leggi o accordi… oggi manca anzitutto questo. Sono saltate le mediazioni sociali e politiche. Le istituzioni che si servono non sono più riconosciute come un luogo di identità. Ha ragione Marco Damilano quando scrive sulle righe de L’Espresso che “non c’è futuro senza passato”, senza radici questa politica è destinata a non dare più frutto. Poco male, se però si progetta un’alternativa tra i mondi vitali del Paese. Altrimenti assistiamo a una burrasca che non si placa. Non mancano infatti bravi e onesti amministratori e buoni politici ma quando stanno insieme invece di sommarsi e moltiplicarsi sembra che si sottraggano ed elimino a vicenda. I partiti, loro malgrado, non riescono più a rappresentare aree enormi di popolazione, hanno però occupato le istituzioni e si sono trasformati in comitati elettorali chiusi ad oligopolio e investono poco sulla formazione della propria classe dirigente, nonché sul riconoscimento delle buone pratiche e delle proprie sedi operative. Infine, utilizzano una comunicazione ossessiva fatta di “colpi bassi sotto la cintura”. Anche Sabino Cassese è di recente intervenuto in merito alle riforme dei partiti sul Corriere della Sera: «Bisogna rimediare alla povertà della selezione della classe politica e della sua cultura, stabilendo nuovi rapporti con la società civile». L’ultima carta da giocare allora è quella di una riforma dei partiti da basare su bilanci trasparenti, regole democratiche interne, legittimità alle minoranze e così via. Ne parlava già Leopoldo Elia alla fine degli anni Settanta ed aveva ragione. La vita democratica costa e i partiti devo essere aiutati da risorse pubbliche ma solo se diventano per il Paese un bene comune e un vero cuscinetto tra la società e le istituzioni.

 

Un grande rischio è che l’esperienza dell’esecutivo Draghi rimanga una semplice parentesi di competenza e sobrietà politica, oltre che di credibilità a livello europeo e internazionale. Il Presidente Mattarella l’ha ricordato, questo deve essere “il tempo dei costruttori”. Come favorire l’avvio di una fase nuova anche oltre l’attuale governo e su quale leadership occorre puntare?

In questo scenario il presidente del Consiglio Mario Draghi è come la kryptonite per i “superman” della politica che perdono forza davanti a lui per la sua competente e coerenza. Sembra di rivedere in lui molti suoi ex-professori gesuiti che, quando salivano in cattedra, non volava una mosca. Venivano apprezzati per la loro preparazione, rispettatati per il loro rigore, stimati per la loro libertà. Certo per il Presidente Draghi vale il detto, “una rondine però non fa primavera”, ma la scuola Draghi può anticipare la stagione della primavera almeno per le generazioni che si stanno avvicinando alla politica.  Gli economisti distinguono un manager da un leader. Il primo fonda la sua forza sul “dover” essere per adempiere alle mansioni a lui affidate, il carisma del leader si fonda invece sull’essere capace di far germogliare persone e processi. Se poi si vuole ricostruire allora occorre approvare le riforme di cui si parla da più di 25 anni. Anzitutto riforme costituzionali, della pubblica amministrazione e di un nuovo modello di sviluppo che sostituisca quello basato sul consumismo che aliena anche chi si arricchisce e ne approfitta. Dalle riforme dipende il senso del lavoro, della famiglia e del welfare. Ma per queste il Presidente Draghi non basta.

 

L’unità dei cattolici in politica rischia di diventare un tormentone che distrae dal vero punto nodale, ossia che i credenti non devono per forza collocarsi dalla stessa parte ma devono essere lievito nella massa, enzimi di processi politici. Come pensare all’unità dei cattolici al di là del partito unico?

L’unità politica dei cattolici è stata una esperienza che si è generata in un momento storico in cui c’era un avversario forte da contrastare, era il partito comunista del 1948. Contro la Chiesa erano pronti piani sovversivi che fonti d’archivio documentano. La Dc è diventata un partito laico, non confessionale, europeista, interclassista, con una visione inclusiva della società. A quella generazione di politici il Paese è debitore. Pensare di ripetere quella stagione è solo un esercizio di nostalgia in un contesto storico cambiato. ll credente impegnato è lievito di processi su cui basa programmi umani e solidali. È dai frutti che si riconoscono i cattolici, non dalle intenzioni o dalle dichiarazioni. Riunire invece gli amministratori cattolici virtuosi e soli creerebbe un movimento di pensiero e di consenso parallelo a quello dei partiti che potrebbe aiutare il sistema. Del resto, la rilevanza dei cattolici è quasi inesistente a livello di appartenenza, mentre è strategica a livello di sistema quando esercitano l’arte della mediazione, mettono al servizio di tutti le loro competenze e l’esperienza nel campo sociale. Bravi amministratori cattolici – e tra questi occorre investire anche su molti giovani – possono essere la condizione per una rigenerazione politica. Va ribadito. Essere cattolici non basta per essere bravi politici, occorre essere anche onesti e capaci. Mino Martinazzoli, con rara efficacia, diceva: «Gli interessi in politica non sono mai moderati, ma sempre radicali. Semmai è la politica che li modera. E il ruolo dei cattolici in politica è proprio quello». Per sceglierli occorre capire quali parole si usano e quali programmi si promuovono, questi non sono neutri rispetto ai valori. Occorre poi andare oltre lo storytelling e verificare lo storydoing (ciò che si fa), contano infatti l’esperienza amministrativa, la capacità di visione politica, le esperienze fatte, la trasparenza, la buona fama riconosciuta da una comunità, l’onestà, la sincerità, il desiderio di vivere la politica come un servizio. È utile appoggiare candidati che pensino la città nello spazio globale e promuovano una ritessitura della cultura democratica, oggi visibilmente lacerata. Che vuol dire essere enzimi per aiutare tutti ad ascoltare, discernere, realizzare e tenere insieme. Le parole in politica possono lacerare e dividere, le intenzioni profonde e i fatti invece servono per unirci.

 

Veniamo al tuo ultimo volume, nella prima parte del libro scrivi: «percorrere una strada esclude tutte le altre possibili, se si vuole essere riformisti non si può essere conservatori». Tuttavia, sia il centrosinistra che il centrodestra sembrano essersi bloccati su alcune bandiere. I diritti soggettivi da una parte e l’identità nazionale dall’altra vengono utilizzati come velo di Maya per non affrontare la complessità dell’epoca contemporanea, che richiede di ripensare a nuove regole del gioco democratico, pensiamo alla legge elettorale, ma più in generale all’architettura istituzionale dello Stato. Cosa frena gli attori politici dal prendere di petto questi temi? Che ruolo giocano devono giocare le associazioni e gli enti intermedi nella partecipazione democratica?

La politica nasce sempre nell’al-di-là, nel passo in più da fare nel cammino sociale, nell’al-di-qua si gestisce ciò che è destinato a trasformarsi o a morire. Per essere riformisti bisogna saper leggere i tempi, capire quali parole nuove usare, quali scelte fare e saper guardare dove c’è bisogno di dire parole di “speranza sociale”. L’impegno nei territori e la costruzione dell’Europa sono gli ambiti in cui investire forze ed energie. Nel tempo dell’implosione dello Stato nazionale, Roma non riformerà Roma, sarà cambiata da spinte esterne. In questo scenario di grande trasformazione appiattirsi sui diritti soggettivi slegati dai diritti sociali e da un disegno organico di società significa ridursi a rappresentare minoranze perdendo fette di elettorato moderate. Invece per la cultura politica italiana la partita politica si vince al centro che è paradossalmente disabitato. Veniamo al volume. Davanti alle nuove domande di giustizia che violano la dignità umana e minacciano la pace nel mondo, occorre custodire un triplice livello. Anzitutto la formazione dell’agire politico, come quella che in piccolo facciamo a Comunità di Connessioni. Poi l’arte del discernimento per nutrire e educare l’intenzionalità morale e orientare le decisioni. Trovare soluzioni concrete di temi ispirati dall’antropologia costituzionale. È attraverso questa circolarità che si (ri)fonda la politica. Per questo il volume è strutturato in tre parti. Nella prima si analizza il contesto sociale e politico italiano, i suoi punti di forza e di debolezza, l’immobilismo del Parlamento, la vita dei partiti quella delle istituzioni, la cultura fragile che tende a privilegiare il privato e abdicare la responsabilità pubblica. Nella seconda parte sono descritti i nuovi temi di alta politica della Chiesa di Francesco che hanno cambiato nello spazio pubblico linguaggi e priorità, metodo e prassi della politica. Inoltre, si spiega “l’agenda politica” della Chiesa in Italia che è ausilio e voce dei più poveri in contesti dove lo Stato non arriva; la Settimana sociale dei cattolici italiani ne è solo un esempio. Infine, attraverso alcuni documenti inediti si ricostruisce il modo e l’apporto di gesuiti, come Bartolomeo Sorge e Gianpaolo Salvini, in questi 70 anni di Repubblica. Nella terza parte invece propongo il ritorno alla formazione politica (permanente), ossigeno per i polmoni del Paese, forza per costruire e ricostruirsi, visione per unire finalmente tante solitudini virtuose desiderose di condividere un nuovo processo insieme. È nell’oggi il nostro domani.