di Francesco Occhetta

A volte capita di leggere testi “antichi” e fuori moda che illuminano la realtà e la storia contemporanea. Improvvisamente il tempo (deframmentato) del quotidiano acquista un senso, diventa la tappa di un percorso, mentre la cronaca, spesso urlata, lascia spazio all’analisi e al confronto. Si ha così la percezione di andare oltre “l’eterno presente”, il tempo dettato dalla rete e dai ritmi lavorativi, e di intravvedere altri orizzonti verso cui dirigersi.

È il caso del capolavoro di Eliot, The Waste Land (La Terra desolata). Siamo nel 1922, il poeta ha davanti a sé un paesaggio spettrale in cui l’aridità spirituale ha privato la vita di significato. L’Europa era appena uscita dalla Prima Guerra mondiale e la spagnola, la pandemia di allora, seminava silenziosamente milioni di morti. La cultura camminava nella “terra desolata” del non senso e della paura. I rapporti tra Stati erano da ricostruire, madri e vedove da consolare, il lavoro da ritrovare, la speranza nel domani da rigenerare.

Ogni epoca storica ha terre gaste (terra guasta) da attraversare. Richiama la terra dei poemi epici medievali, gli stessi territori sterili e senza vita percorsi dai cavalieri per arrivare al Graal, uno dei simboli centrali del poemetto. La ricerca del Graal era la ricerca della verità a cui bisognava rispondere. Ma non bastava essere cavaliere, occorreva essere interiormente liberi e dipendere da governanti saggi. Quelli che dipendeva dal cattivo Re Pescatore – ricorda Eliot – cooperò con lui a rendere la regione ancora più sterile e desolata. I simili si attraggono e si assomigliano, similibus enim similia gaudent.

Eliot, mentre era colpito da un forte esaurimento, decide di restituire la parola a persone semplici, ai ricordi di senso e di umanità. Emergono così le tracce della tradizione che parlano all’uomo e alla donna e li elevano ad una prospettiva di nuova nascita, di riapertura al mondo. In questo percorso poetico, fatto di attenzione per i gesti semplici e umani, Eliot è condotto ad un cammino di conversione e di fede. Tra le righe del poema appaiono persone che pur essendo in vita già sono morte perché hanno scelto una vita sbagliata, mentre altre morendo vivono per sempre grazie all’eredità che lasciano. Tutto ciò che si fa per amore rimane per sempre, ciò che viene toccato dal fuoco dell’amore diventa eterno.

Sono passati 100 anni da quando Eliot ha scritto La terra desolata. Ricordare quell’epoca, in un momento storico complesso e grave come quello attuale, ci aiuta a guardare come oggi prendono vita i primi raggi di luce: la speranza e la via del bene sono sempre vivi e presenti.

Lo scrive Rossella Pretto: “Per una volta lasciamoci imbrogliare, sospendiamo l’incredulità e poggiamo i piedi sulle orme di T.S. Eliot, che il senso si trova perdendolo, che bisogna perdersi per ritrovare la vita. Fidiamoci, perché il suo approdo è stato certo. Il poeta, e l’uomo, ha scoperto che, qualunque cosa per noi possa significare, nella fine vi è anche il principio”.

Un secondo testo che può aiutare a leggere il presente è Dio e Cesare, scritto da Oscar Cullmann nel 1956. Il teologo protestante discerne e illumina il rapporto tra Dio e Cesare in un tempo in cui l’impegno nel mondo è ignorato, o spesso delegato al potere politico, da molti credenti. Cullmann, durante la ricostruzione dell’Europa, temeva il politeismo veicolato dal linguaggio e dalle scelte della politica. Il potere politico può strumentalizzare Dio e utilizzare i segni sacri con la stessa funzione degli amuleti. Valeva ieri e continua a valere oggi: ogni volta che nello spazio pubblico i segni cristiani vengono utilizzati da Cesare per costruire un’identità religiosa etnico-nazionale, si aumenta la contrapposizione tra il “noi” ideale e un “loro” da respingere.

Per Cullmann è il tentativo di Cesare di “inscatolare” Dio nella propria azione politica e di auto-legittimarsi allo stesso modo degli imperatori romani, che al popolo facevano credere di godere della benedizione degli dei.

Lo ricordava spesso il cardinale Martini: la libertà interiore, personale e sociale, inizia quando si distinguono gli elementi che la costituiscono, la schiavitù quando li si fonde. Chiesa e Stato, terra e cielo, città eterna e città terrena, impegno nelle cose del mondo e testimonianza spirituale sono ambiti da distinguere, non da fondere. Occorre ritornare a farlo. La storia contemporanea è attraversata dalla tensione tra il “già” e il “non ancora”. Nessuna bipolarità, ma solo il tentativo di distinguere gli elementi che compongono il difficile rapporto tra Dio e Cesare.

La sfida per la comunità credente è grande: vivere obbedendo allo Stato, nelle forme dei suoi limiti storici ma, allo stesso tempo, spingersi oltre le forme della sovranità e della cittadinanza politica per migliorare lo Stato stesso, riformarlo e riconoscersi in una comunità universale più grande. Nessuna ambiguità, per Cullmann: “la salvezza non viene dallo Stato”.

I cristiani non disprezzano il mondo, rispettano Cesare, lo riconoscono come il governatore delle loro cose, ma non del loro cuore, quello appartiene a Dio. Partecipano alla vita della polis, adempiono i loro doveri da cittadini esprimendo così quella duplice appartenenza alla città terrena ed eterna in coerenza ad alcune regole di vita che testimoniano con la vita senza imporle. Quando invece si dice di non credere in niente, si finisce per credere in tutto adorando persone, riti e scelte politiche che invece di riempire il cuore lo svuotano di senso.

La fede non ha colori politici, è chiamata a unire e non a dividere, è un ponte con gli uomini e donne di buona volontà, non è un muro, aiuta a includere non a escludere. Per questo Cullmann richiama la Chiesa a ritornare a testimoniare con l’immagine della sentinella di Isaia: «Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?”. La sentinella risponde: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!» (Is 21,11-12). Nella vita politica la forma segue la sostanza, il lievito conta più della massa. Ma ad una condizione: non avere paura di cambiare e riformare, di accompagnare e far crescere, di proteggere e dare spazio a ciò che fonda la dignità delle donne e degli uomini.

Se il mondo moltiplica il “cattivismo”, l’alternativa non può essere il buonismo cristiano, spesso falso e ipocrita, ma la responsabilità morale: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Mt 7,12). Le scelte e le parole utilizzate nello spazio pubblico della Chiesa davanti a Cesare possono costruire o distruggere. Sono fiammelle che possono devastare intere foreste o far nascere fiori nel deserto.

C’è ancora molto da costruire nonostante un contesto di minoranza sociale e di isolamento nella vita dei partiti per i credenti che vogliono impegnarsi. Le soluzioni alternative ci sono, sono scritte nella storia. Ce lo ricordano Eliot e Cullmann: fiducia e cooperazione, bene comune e felicità pubblica, sussidiarietà e dignità, rimangono le maglie del setaccio attraverso cui filtrare scelte e progetti, temi e provvedimenti, sogni e impegno quotidiano.