L’epifania di una nuova democrazia?

di Paolo Bonini

 

«This is not America» così Josep Borrell, alto rappresentante per la politica estera dell’UE, commenta i fatti del 6 gennaio a Washington D.C, impressione condivisa dalla stragrande maggioranza dei leader politici e dei vertici istituzionali di tutto il mondo.

 

Cominciamo da un fatto: la folla di disorientati che ha violato il Congresso è partita da un comizio del presidente Trump. Dopo aver contestato la “debolezza” dei senatori non allineati con lui, li ha invitati a marciare verso Capitol Hill, dove era in corso un procedimento democratico-parlamentare solenne, ovvero il riconoscimento dei voti dei delegati per la proclamazione del vincitore delle elezioni presidenziali: «We’re going to walk down to the Capitol.  (…) We’ll walk down Pennsylvania Avenue». Questo “accadimento” è dirimente per attribuire l’innesco della violenza al Presidente. Non è stato un tentativo di golpe, ma piuttosto la fine delle ambizioni di Trump per il 2024.

 

Tutto sembrava quasi surreale. La debolezza della gestione dell’ordine pubblico, per esempio, può trovare una causa nel fatto che il Presidente abbia autorizzato una manifestazione in diretta, disorientando le forze dell’ordine, che dipendono in parte dal sindaco, in parte dal Ministero della Giustizia (l’FBI) e in parte dal Presidente (la Guardia Nazionale). Una gestione complicata, anche se non giustificabile, che ha comunque reso l’insurrezione diversa da altre manifestazioni violente.

 

Qui, però, ci limitiamo a soffermarci su tre questioni: lo stato di salute della democrazia statunitense; il ruolo dei social network nella democrazia contemporanea; le conseguenze per tutti noi.

 

Il cuore dell’assetto istituzionale USA è che la conquista di tutto il potere da parte di una sola maggioranza politico-sociale deve essere impossibile (check and balances). La presidenza Trump ha dimostrato la più antica delle democrazie contemporanee, dopo circa 230 anni, è vulnerabile. La personalità di chi assume gli incarichi è decisiva per la democrazia stessa; la vicenda trumpiana smentisce quelli che sostengono che un politico vale l’altro e che le decisioni sono prese altrove.

 

Oggi la democrazia negli USA è segnata da una divisione interna: da una parte globalismo contro nazionalismo. Dall’altra, il libertarismo contro il conservatorismo-tradizionalista. Il primo è l’idea di spingere i diritti civili o umani all’estremo, anche verso la lesione dei diritti altrui o della società, in nome dell’individualismo nichilista; per il secondo, invece, non esiste miglior futuro del “buon vecchio” passato, in nome di un individualismo scettico.

 

Così, mentre la società statunitense comincia a elaborare il proprio passato sul tema dei diritti civili e della diseguaglianza, sulla politica estera imperialista, con zone cupe come Guantanamo, e iniziava a rivedere i propri simboli e miti fondativi, alcuni speculatori hanno scelto di investire sui temi di questo processo culturale per lucrare posizioni e voti accendendo le micce dell’odio e della polarizzazione.

 

Gli esponenti più radicali del Partito democratico, come Alexandria Ocasio-Cortez, hanno investito sul conflitto politico e sulla frammentazione del corpo sociale, ma sono rimasti nelle regole del gioco. Il trumpismo invece ha scelto di rompere le regole e si è reso eversivo, violento, collocandosi fuori dagli schemi istituzionali democratici. Incitare o legittimare la violenza è contrario al fondamento della democrazia. Anche nella forma passivo-aggressiva dell’ultimo messaggio via tweet di Trump ai rivoltosi, in cui, mentre invita alla pace, rafforza nel merito le loro convinzioni. Non è un caso che le istituzioni preposte all’educazione e consapevoli dell’importanza di un dibattito “onesto”, come le Università dei Gesuiti statunitensi, hanno chiesto «an end to the rhetoric and violence that have surrounded this otherwise peaceful election», sottolineando «the motivations and actions of those who have persisted in denigrating our system of laws are a sad and unfortunate result of tactics that have torn the fabric of our nation».

 

L’insurrezione è l’esito di 4 anni di continua manipolazione comunicativa sui social network che determina insicurezza e incapacità di distinguere la realtà. A causa dei sistemi di raccomandazione inserirti negli algoritmi dei social network la polarizzazione è continuamente cresciuta, fino al punto di ripercuotersi con violenza nella vita reale.

 

Nel 2016, Trump è riuscito per primo a utilizzare i social network per drogare e orientare il consenso. Nel frattempo, tramite processi di co-regolamentazione, tra cui da noi il Code of Practice on Disinformation dell’Unione europea, ciascun social network si è dotato di regole di contrasto alla disinformazione.

 

Questi enti privati, però, assumono anche la responsabilità di filtrare l’attività dei soggetti politici nelle proprie piattaforme, anche quando essi ricoprano cariche istituzionali. La democrazia oggi dipende dai social network. Sono gli agenti della comunicazione, come lo erano i media tradizionali; ma sono anche sedi in cui le persone “dibattono” (o almeno, pensano di farlo) i grandi temi, ricevendo in cambio un’identità esterna e polarizzata. Sono, in buona sostanza, un surrogato dei partiti (estremisti).

 

Trump, consapevole di questa dinamica, dopo l’invito del presidente eletto Biden a fare una dichiarazione in TV per fermare i rivoltosi, sceglie di farla via Twitter. Poi Twitter e Facebook oscureranno e rimuoveranno le ultime dichiarazioni di Trump del 6 gennaio, bloccando il suo profilo personale, sulla base delle loro policy. Il campo dell’agone politico sono i social network. Sono anche la frontiera democratica, uno spazio violento perché non regolamentato pubblicamente dal diritto oggettivo. I privati che possiedono questi spazi sono praticamente sovrani. Hobbes parlava dello stato di natura come uno spazio in cui homo homini lupus: i social sono il nuovo mondo che chiama una nuova formula democratica.

 

Spetta a tutti noi organizzare e rinnovare la democrazia in questa epoca e impedire agli speculatori di distruggere le istituzioni democratiche occidentali. La violazione del Parlamento USA è un fatto grave perché si pensava che nella più antica democrazia del mondo ci fossero gli anticorpi per ogni forzatura, un baluardo per tutte le altre rispetto ai diversi sistemi non democratici, che oggi soffiano su questo incidente.

 

Le istituzioni democratiche, invece, sono fragili, presuppongono soggetti e modelli culturali otto-novecenteschi che non esistono più: una società omogenea, una cultura condivisa di riferimento. Occorre quindi rendere sistema le buone intenzioni e la volontà di investire sulla salvaguardia di beni condivisi: la natura, le relazioni, la creatività dell’essere umano. E anche recuperare il rispetto delle opinioni altrui, il pluralismo, la civiltà del dibattito.

 

Forse, il XX secolo chiude l’epoca delle costituzioni tradizionali: delle democrazie occidentali restano le procedure e le forme, sempre più minacciate dagli speculatori politici. Abbiamo infatti assistito nel corso degli ultimi 5 anni ad intere “carriere” costruite e distrutte sull’abuso delle istituzioni democratiche: pensiamo ai responsabili dei referendum britannico (Brexit, 2016), italiano (2016), catalano (2017). Come dimostra l’esperienza trumpiana, la persona conta, fa la differenza. Sulle persone e sulle personalità si deve investire.

 

Le istituzioni democratiche devono cominciare a includere “spazi digitali” e regolarli con principi democratici per non finire travolte. I simboli della democrazia, invece, devono essere protetti dalla competizione politica e dagli speculatori che agli estremi di ogni faglia, da prospettive diverse, a furia di insistere sulle divisioni, arrivano prima o poi a deteriorarli.

 

Come ricorda Stefano Ceccanti – nella prefazione alla riedizione di J.C. Murray, Noi crediamo in queste verità. Riflessioni cattoliche sul “principio americano” – essendo la costituzione USA ispirata a Locke, che riprende Sant’Agostino, è utile la prospettiva del padre gesuita John Courtney Murry che, nel 1960 mentre si prepara l’elezione del primo presidente cattolico (John F. Kennedy), rilegge i fondamenti della democrazia statunitense, ricordando: «il pluralismo si presentava come la condizione naturale su cui nacque la società americana».

 

È urgente accompagnare questi grandi processi storici con l’impegno etico e intellettuale a progettare nuovi percorsi costituzionali, capaci di includere forme nuove di partecipazione democratica.

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