L’arte del discernimento. Il segreto della buona politica

di Francesco Occhetta

 

Il discernimento in politica è come una bussola che orienta il cammino di un popolo. È l’arte di vagliare, setacciare, distinguere i princìpi, i dati scientifici e il “sentire” storico di una cultura per prendere una decisione secondo la massima bonum faciendum et malum vitandum.

Il discernimento è anche la condizione per costruire una coscienza sociale matura, dove vengono custoditi il sapere pratico, la memoria, l’esperienza e il patrimonio valoriale di una comunità politica. È proprio del discernimento portare il politico alla soglia di alcune fondamentali domande: chi sono chiamato a essere? Quale decisione è utile prendere per il bene di tutti? In quale modo prenderla? Cosa sento interiormente dopo averla presa? Come evitare il male sociale e costruire il bene comune?

 

La Costituzione italiana è l’esempio di come un popolo può discernere: è stato un evento di coscienza sociale che ha spinto i costituenti a scommettere sul valore della «dignità» della persona dopo l’esperienza di sudditanza e di umiliazione vissuta nell’ordinamento fascista e nelle terribili conseguenze del conflitto mondiale. È il discernimento tra culture diverse che ha permesso il risveglio della coscienza morale sociale, provata dall’umiliazione della guerra.

Saper discernere è distinguere le luci nella notte e rispondere alle domande che nascono durante le crisi della vita, simili a quella posta da Isaia: «Sentinella quanto resta della notte?» (Is. 21,11).

Tra i principi di una società e i problemi concreti a cui rispondere c’è una strada da percorrere, chiamata discernimento, che porta a scegliere ciò che è buono per tutti. In questo spazio sono decisivi i “processi”, i frutti delle decisioni intraprese nascono solo in un secondo tempo. Ma chi non discerne vuole riprodurre i frutti – spesso appassiti – senza fare lo sforzo di avviare processi comunitari in cui ci si mette in gioco e si progetta il domani.

 

Sarebbe dunque un errore ritenere il discernimento un patrimonio solo per i credenti. Da quando nel 1523 Ignazio di Loyola ha scritto le regole del discernimento, queste sono state utilizzate e applicate da re e regine, da docenti e ministri, da presidenti e diplomatici, da professionisti e commercianti, da studenti e manager d’impresa. Anche Umberto Eco, dialogando insieme al card. Carlo Maria Martini sul discernimento e sulla coscienza, li ha definiti «un ponte» attraverso cui i credenti e non credenti possono ascoltarsi e comprendersi attraverso una grammatica comune.

 

Nel discernimento politico conta più il cammino della meta. La predisposizione di aderire al bene e la volontà di contribuire a realizzarlo sono caratteristiche fondamentali all’interno di questo cammino. Anche Santa Caterina da Siena si era rivolta ai politici del suo tempo per chiedere loro di discernere: «non si può essere buoni politici, se prima non si signoreggia se stessi. Coloro che non si governano non possono governare la città. Le signorie delle città e le altre signorie temporali sono prestate»[1]. In altre parole, Caterina ricordava loro un principio fondamentale: «siete responsabili di cose non vostre». È l’arte di discernere comportamenti, scelte, modi di fare, stili di vita che permette di diventare un leader credibile, il che non si riduce solo all’essere creduti, ma anche a non venire falsificati.

 

Eppure, la cultura politica contemporanea sembra avere svuotato il discernimento del suo significato antropologico: il senso di obbligazione verso gli imperativi della coscienza, in particolare verso quelle «voci» che richiamano a scelte più impegnative e onerose in senso morale, l’obbedienza sincera al comando interiore «fa’ questo, evita quest’altro», la responsabilità verso il prossimo.

La sfida è quella che il Magistero della Chiesa ribadisce: il discernimento deve permettere di integrare la verità e la libertà, la legge e la responsabilità, l’autorità e l’obbedienza, che, dal latino ob-audire, significa ascoltare davanti all’Altro. Lo ricorda anche il Concilio Vaticano II con uno dei suoi testi più belli: «L’uomo ha una legge scritta da Dio dentro il suo cuore; obbedire [ad essa] è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» (Gaudium et spes n. 16).

 

Il cuore di una persona, così come quello della società, è sempre agitato da voci spesso in contrasto tra loro. Quali scegliere? Quando si scelgono le voci subdole del male la coscienza sociale si eclissa, l’agire politico è macchiato da forme di corruzione diffusa, concussione, accordi con la criminalità organizzata, gestione clientelare, infedeltà negli accordi presi, gestione del corpo sociale, assuefazione alla pornografia e così via. Il fascino del male si offre gratis nella vita sociale e politica, ma obbedire alle sue logiche lascia più vuoti e più delusi di prima, perché il male usa e poi accusa chi lo compie, costringendo a vivere in una vita di ricatti e di paure.

 

Ignazio di Loyola, che aveva conosciuto personalmente la vita politica come cavaliere di corte, definiva questa dinamica una “schiavitù” alimentata da “piaceri e godimenti”. È come affondare in una palude che toglie la pace e la libertà autentica per farci immergere invece in una sorta di ipnosi sociale in cui si obbedisce da suddito alla voce del padrone.

Quando si sceglie il male si ottiene ciò che egli promette. Una cosa sola non può regalare il male: l’amore, perché ne è la negazione. Solo l’ascolto interiore del “rimorso sociale” può permettere a un uomo o a una società di cambiare le proprie scelte e i propri programmi. Per farlo occorre confrontarsi con persone non coinvolte da interessi politici, come ha fatto il profeta Natan con il Re Davide aiutandolo a comprendere (attraverso una storia) che la persona malvagia, che il re voleva condannare per il male fatto, era lui stesso.

 

Il bene fa star meglio chi lo sceglie e lo compie e, come scrive Ignazio di Loyola, dà in dono «coraggio, forza, consolazioni e pace». Ma aderire al bene costa fatica, non è “naturale”, serve farlo ogni mattina al risveglio, scegliendo di orientare le proprie azioni alla correttezza, alla bontà morale, alla trasparenza e alla fiducia. Alcuni esempi ci raccontano bene questa dinamica: da un lato il film L’avvocato del diavolo, diretto da Taylor Hackford, è stato un basato sul discernimento personale e sociale. Dall’altra, in forma più grossolana, anche uno degli ultimi film più visti su Netflix, Addicted – Desiderio irresistibile, mostra come il discernimento possa portare a ritrovarsi anche dopo essersi perduti.

 

Tecnicamente, il discernimento politico si caratterizza per un fine e un metodo, le riforme politiche o le sentenze delle Corti Costituzionali europee, ne sono un esempio. Il processo di discernimento include il fine, un metodo, la pianificazione di tempi e azioni precise: vision e mission, attuazione della scelta e dei risultati. Il buon discernimento dà speranza e voglia di ricostruire alla società e ai cittadini. Queste tappe sono riassunte da Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium quando descrive i verbi: “riconoscere”, “interpretare”, “scegliere”.

 

La classe politica ha l’urgenza di discernere, a partire dai principi costituzionali, i grandi temi politici sul tavolo come la qualità dei (nuovi) lavori e la ridefinizione di famiglia, il senso (umano) dei nuovi diritti soggettivi e le politiche ambientali olistiche, fino ad arrivare alle riforme e alle regole del gioco politico che includono una visione rinnovata di comunità e di mondo. In politica ogni scelta di bene e ogni testimonianza di servizio sono un appello alla coscienza matura di un popolo per risvegliarlo e nutrirlo di vita. Ad una condizione però: «per diventare uomini del discernimento, – ha sottolineato Francesco – bisogna essere coraggiosi, dire la verità a sé stessi. Il discernimento è una scelta di coraggio». Dalla qualità del discernimento politico dipende la qualità di una civiltà.

 

[1] C. da Siena, La città prestata. Consigli ai politici, G. Morra (a cura di), Roma, Città Nuova, 1990, 24.