La grande sfida della democrazia partecipativa

di Marco Fornasiero

 

Il 2020 è stato un anno drammatico. Era dal secondo conflitto mondiale che non si fronteggiava una situazione come quella generata dal Covid19. Il tempo che ci è dato di vivere, ci mette dinanzi a importanti sfide. Come insegna Hannah Arendt, le crisi possono essere un’opportunità e un invito alla libertà personale e sociale. Ma perché questo accada, occorre ritrovare la forza per ricostruire, invece di gettare la spugna.

 

Il Presidente Mattarella durante il discorso di fine anno ce lo ha ricordato: «Ora dobbiamo preparare il futuro, non viviamo una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori»[1]. Gli interventi saranno molti e le condizioni determinanti perché la ripartenza si realizzi saranno: l’attuazione di misure mirate in campo economico e la classe dirigente che le governerà e implementerà. «Dalla giustizia di chi governa dipende tutto questo mondo», scriveva Tomaso d’Aquino.

 

La storia lo insegna: le scelte sociali hanno sempre avuto ripercussioni sul futuro, sono come onde che si sprigionano in mezzo al mare e con il tempo lambiscono la riva. Dal secondo dopo guerra in poi, molti sono stati i fattori di cambiamento nella società: il miracolo economico e le contestazioni giovanili degli anni Sessanta, lo sviluppo del sistema industriale ed economico con l’evoluzione del capitalismo, l’avvento della rivoluzione tecnologica che ha ridisegnato i tratti del Paese. Di pari passo, è cambiata anche la politica.

 

Della storia recente si individuano: il 1992 con la fine della prima fase della Repubblica e della classe politica che ha contribuito alla ricostruzione del Paese nel secondo dopoguerra; il 2008 con l’inizio della crisi economica e finanziaria e la diffusione dei populismi che hanno indebolito le istituzioni democratiche liberali; Infine, il 2020 l’anno appena conclusosi con la consapevolezza dell’imprescindibilità dell’interconnessione globale, che spinge a pensare ad un modello di politica più partecipativa, capace di guardare al futuro delle nuove generazioni. Per dirla in un motto: “Cittadini e popolo per una politica non populista ma popolare”.

 

I tempi sembrano maturi per la costruzione di questo nuovo modello di democrazia. Ma resta una domanda: come orientarsi in un mondo globalizzato e interconnesso che si trova a gestire i postumi di una crisi che ha aumentato le disuguaglianze e le iniquità? I dati presentati dalla Commissione Europea ci dimostrano come il PIL annuo nell’area euro ha subito nel 2020 delle contrazioni pari al 7,5% che si ridurranno al 4,2% nel 2021 e al 3.0% nel 2022. La stessa Commissione stima che saranno necessari almeno 4 anni per ritornare ai valori del PIL del 2019[2].

 

Lo sviluppo del sistema industriale è stato per lungo tempo la conseguenza del governo politico, poi, con il passare degli anni, il rapporto si è rovesciato. La politica patisce la sudditanza dell’economia che ha spostato il suo baricentro al di là degli Stati. Amazon, ad esempio, sembra assumere la dignità di uno Stato economico sovranazionale negli Stati nazionali; alcuni gruppi privati sono più grandi del pubblico. Così la sfida è tra il modello di Adam Smith e David Ricardo, secondo i quali la società deve essere subordinata alla logica del mercato, e quello teorizzato da  Polanyi, ne La Grande Trasformazione,  per il quale le persone basano i loro scambi non esclusivamente sul profitto ma sulle logiche di redistribuzione e di reciprocità. L’unica risposta possibile, pertanto, sembra essere la definizione di un nuovo programma di sviluppo economico di respiro europeo fondato sul principio di partecipazione.

 

Le istituzioni europee, dopo le elezioni europee del 2019, hanno preso consapevolezza di questa necessità e, per prime, hanno proposto un nuovo modello di sviluppo economico, fondato sul principio di partecipazione.  La partecipazione è la cura della democrazia rappresentativa che riguarda la forma, le sedi e gli strumenti di coinvolgimento dei cittadini europei nei processi decisionali. Solo premiando l’inclusione dei cittadini nei percorsi decisionali si arginano le spinte centrifughe della “mitologica” democrazia diretta.

 

L’eclissi della partecipazione fa invece emergere i fantasmi del passato che Bertolt Brecht, rimaneggiando un testo di Martin Niemoller, ricorda così: «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare». Partecipare significa esserci, è il contrario di subire e arrendersi.

 

Mario Draghi, al Meeting di Rimini della scorsa estate, lo aveva precisato: «I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri. La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione»[3]. Rimettere al centro la persona e non solamente il profitto è la condizione per costruire un modello di sviluppo umano sostenibile, a tutela della casa comune, come ci ricorda Papa Francesco nell’Enciclica Laudato sì.

 

Il Green Deal e la Conferenza sul futuro dell’Europa rappresentano il punto di partenza per immaginare un nuovo modo di fare politica che nasce dal basso tra i cittadini responsabili. La democrazia è partecipativa se cura, prima di ogni forma, la sostanza. Nel Next Generation EU e nel Recovery Fund si giocherà tutta la trasformazione in atto.  Agli Stati membri è richiesta responsabilità e autonomia: c’è in gioco il futuro del Continente.

 

Si tratta di una scelta culturale da cui dipende il nostro destino e che il poeta Fernando Pessoa descriveva così: «C’è un momento in cui bisogna lasciare i vestiti che hanno già la forma del nostro corpo, dimenticare le vie che ci portano sempre negli stessi posti e fare la traversata: e se non osiamo farlo, abbiamo soggiornato per sempre al di fuori di noi stessi».

 

 

 

 

[1] S. Mattarella, «Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella», Roma, 2020

[2] European Commission – Directorate-General for Economic and Financial Affairs, «European Economic Forecast», Institutional Paper 136, 2020.

[3] M. Draghi, «Incertezza e responsabilità», Rimini, 2020

 

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