Insieme per un grande “sì” alla Vita

di Francesco Occhetta

 

Augurarsi “Buon Natale” è sempre più raro, farlo da semi-rinchiusi è ancora più difficile. Ci diciamo spesso “auguri” o “buone feste”, ma sempre meno “Buon Natale.” Eppure il Natale ha la sua radice latina in ciò che è natum, “generato”, è una parola potente e immanente, così come gli aggettivi natale(m) e nataliciu(m) che significano “ciò che riguarda la nascita”.

 

Il Natale, per il cristiano, è la Parola che si riveste di carne, l’esplosione della vita, lo stupore di riceverla donata; ma è anche un frammento di Logos in ogni individuo, l’essenza del Creatore in ogni creatura. Colpisce la potenza di quell’annuncio nel tempo: «All’epoca della 194° Olimpiade; nell’anno 752 dalla fondazione di Roma; nel 42° anno dell’impero di Cesare Ottaviano Augusto, mentre su tutta la terra regnava la pace, nella sesta età del mondo, Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, (…) nasce in Betlemme di Giuda». In quel momento “regnava la pace”, dono e responsabilità da custodire, non un progetto da realizzare ma una dimensione sociale e politica a cui aderire.

 

Proprio la pace è la condizione affinché la vita rinasca nel cuore di un popolo quando è abitato dalla solitudine e dalla morte.  Per questo motivo, ogni Natale richiede un grande “sì” alla vita, come quello sussurrato, nonostante le tante paure, da Maria, donna giovane e indifesa, ma scelta da Dio per essere “la piena di grazia” nella debolezza della sua disponibilità.

 

«Oh, generoso Natale di sempre!/ Un mitico bambino/ che viene qui nel mondo/ e allarga le braccia/ per il nostro dolore». Alda Merini, in questa sua “pennellata” poetica, ci dice che Cristo nasce per tutti e viene nel mondo per farci rinascere di nuovo. Il gesto del bambino (che solo qualche verso dopo verrà chiamato per nome: «generoso poeta/ che un giorno tutti chiameranno/ Gesù») è struggente e commuovente: allarga le braccia per anticipare la croce, la dolorosa vittoria della vita sulla morte. È l’Exsultet della Chiesa nella notte di Pasqua quando canta: «O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem», beata colpa, che meritò tale e così grande Redentore.

 

Il dies natalis, la porta della vita, è attraversare la croce. La vita nasce al-di-là di ogni morte. Tutti hanno bisogno di Vita, ma non tutti scelgono di stare dalla sua parte. I corruttori, gli usurai, i banditi, gli ipocriti, i gelosi, gli invidiosi, gli approfittatori, i prepotenti, i narcisi e così via la calpestano continuamente. Spetta invece ai semplici, ai docili, ai buoni, ai laboriosi, agli umiliati, ai miti e ai giusti generarla ogni giorno.

 

Quando uno studente ha chiesto ad una docente di teologia morale quale immagine userebbe per spiegare il Natale, lei, utilizzando un fotogramma del regista sudcoreano Kim Ki-duk (vincitore del Leone d’oro a Venezia nel 2012), ha risposto: «Natale, per me, è stare strettamente, saldamente, teneramente abbracciati a Chronos, nel quotidiano. Ma, nel contempo, protendersi per baciare, con desiderio, Kairos. Perché, dalla nostra bocca di carne, passa l’essenziale per vivere: la parola (e la Parola creatrice), il respiro, soffio (o ruah, pneuma), il cibo che frantumiamo (come il pane spezzato)». E così il Natale diventa preghiera d’amore, un’intima relazione con la Vita, che può assumere vesti differenti dalle stantie formule tradizionali, ripetute meccanicamente.

 

Anche in questo “tempo” così diverso, di pandemia sociale, nulla di ciò che è umano ci è estraneo. Il rifiuto di far nascere Gesù, la solitudine di quella famiglia e la povertà del Natale ci aprono gli occhi su chi oggi è povero e rifiutato: solo a Roma, nel mese di giugno, sono stati consegnati +600% di beni alimentari rispetto allo scorso anno; secondo la Caritas le “nuove povertà” sono aumentate dell’83%: c’è una schiera silenziosa di donne e uomini che in pochi mesi hanno visto cambiare le loro vite. Ogni forma di sofferenza però, davanti all’annuncio del Natale, trova un respiro di speranza.

 

Il Natale ci consegna “un impegno” che nutre ogni responsabilità sociale e politica. La Paternità di Guttuso ce lo insegna: se un padre tiene tra le braccia un figlio appena nato, non ha più tempo di fare le piccole e grandi guerre, di accumulare senza redistribuire, di distruggere senza ricostruire. Non si tratta di diventare più buoni e bravi, ma più pacificati e giusti. L’energia sprigionata dal Natale, se lo si accoglie, cambia la vita. I regali ne sono il segno, se letti con la stessa logica di Dio: donare per donarsi. È nel donatore che vive il regalo, non nel consumo, capace solo di consumarci. Nel dono della vita si nasconde e cresce la presenza di quel Mistero d’Amore capace di rivoluzionare la nostra esistenza. Lo ricorda anche un detto popolare: “Non esiste notte tanto lunga, da impedire al sole di risorgere”.

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