Il personalismo comunitario: un’alternativa possibile

di Paolo Bonini

 

Viviamo una fase di dibattito politico e sociale su molte questioni che ci interrogano anche sui criteri con i quali discutere le decisioni pubbliche. Pensiamo alle questioni bioetiche e legate alla sessualità[1]; ai movimenti culturali che propongono di rileggere la Storia con gli occhi del presente o di intervenire su opere d’arte del passato per “adeguarle” al sentimento di alcuni gruppi sociali contemporanei[2]; oppure alla mobilitazione di massa globale su singole tematiche (#metoo, l’ambientalismo radicale, #blacklivesmatter e altre) anche legata alla reazione a fatti di cronaca.

 

Questi processi, infatti, rivelano una generale debolezza delle culture occidentali di fronte ai cambiamenti sociali ed economici in atto. La portata globale dei fenomeni e la possibilità di condividere idee trasversalmente e senza mediazione tra diversi contesti possono generare confusione e livellazione delle differenze (anche positive) tra culture, contesti e sistemi politici.

Per orientarsi in questa fase confusa, è utile ricordare una prospettiva culturale che caratterizza l’azione politica di ispirazione cristiana: il personalismo comunitario[3], osservandone i limiti e le prospettive in questa fase storica.

 

  1. Le caratteristiche del personalismo comunitario

Ciò che fin da subito caratterizza l’esperienza personalista è l’impossibilità di separare la dottrina filosofica dall’impegno, tenendo sempre a mente, però, che «il politico può essere urgente, ma è subordinato»[4] al piano dell’elaborazione concettuale e alla riflessione sociale. Nel contesto difficile degli anni ’30, i personalisti propongono e si adoperano per un progetto di società democratica che ruota intorno ai concetti di “persona” e “comunità”. L’esperienza prende le mosse dalla necessità di affermare la libertà religiosa e, con essa, una nuova idea di società politica e di Stato (democratico).

 

Con una esplicita critica al marxismo da una parte, che riduce ogni individuo a una componente della collettività, e dall’altra al capitalismo, che invece valorizza esclusivamente le ambizioni dell’individuo; Mounier prima e, successivamente, altri intellettuali, tra cui soprattutto Jacques Maritain (1882-1973), propongono un’alternativa. Mettendo a fuoco l’essere umano come persona, invece che come mero individuo o ingranaggio dello Stato, si riconosce conseguentemente l’importanza del pluralismo, cioè delle differenze tra le persone, come fattore di sviluppo per tutti[5]. La società quindi, avvalendosi delle comunità, non è finalizzata all’eliminazione delle differenze, ma alla loro convivenza verso un comune interesse. Ciò che diventerà il perno della democrazia costituzionale concepita alla luce del personalismo è il singolo che entra in contatto con gli altri, arricchendosi e arricchendo il contesto con la propria e l’altrui personalità: da questa interazione sociale, si sviluppa la persona, un soggetto pieno che non è “solo” sé stesso, ma è il risultato del continuo scambio con gli altri.

 

Dei diversi aspetti di questo pensiero, così rivoluzionari nel merito e nel metodo, possiamo ricordare solo alcuni elementi, utili ad una riflessione sulla situazione attuale. Il primo aspetto è il concetto di comunità, distinto da quello di società. Maritain sottolinea come «nella comunità, la pressione sociale proviene da un vincolo che impone all’uomo dei tipi di comportamento la cui azione è sottoposta al determinismo della natura. Nella società, la pressione sociale deriva dalla legge o da regole razionali, o da una certa idea del fine comune; essa fa appello alla coscienza e alla libertà personali, che devono obbedire alla legge liberamente»[6]. Secondo Maritain la società politica nasce dall’inclinazione e dalla ragione delle persone, proprio per svolgere la trama sociale che già esiste in ciascun essere umano. Quindi non esiste, nella sua prospettiva, un contratto politico tra le persone, ma l’interesse a svolgere ciascuno e insieme la propria personalità.

 

Il secondo è il giusto peso da riconoscere allo Stato. Questo è solo uno dei vari strumenti a disposizione della società politica, non è il fine ma lo strumento che questa controlla, ed è solo l’ultimo stadio di una serie di livelli e ambiti in cui le persone di questa società possono sviluppare la propria personalità. Il terzo elemento è il concetto di nazione: «una comunità di uomini che diventa consapevole di sé stessa, come la storia li ha fatti; che fa tesoro del passato, che si ama per quello che è o per quello che immagina di essere, con una specie di introversione inevitabile»[7]. La nazione non è la società basata sulla natio o sulla gens, ma sul popolo come comunità che costituisce una civitas. Per noi, oggi, potrebbe essere di scala continentale europea.

 

  1. Il metodo di impegno politico

Rispetto al metodo, Mounier e Maritain avevano diverse alternative per proporre la propria tesi nella società politica, scartata la via rivoluzionaria[8], preferita da Mounier e rigettata da Maritain[9]. La prima è di proporre un appello alle “élites dévouées”, piccoli gruppi di “minoranze eroiche”, dedicate “all’impegno altruistico di sacrificio”[10]: concentrare l’azione di piccoli gruppi, minoranze missionarie, che operino anche in diversi partiti[11]. La seconda consiste nell’organizzazione di partiti di massa per realizzare il nuovo umanesimo, che coincide, nel pensiero di Maritain, con il superamento del capitalismo. La terza, residuale e considerata come necessitata, è di incidere sui testi costituzionali che, nel dopoguerra, la maggioranza degli Stati occidentali intendono volgere definitivamente alla democrazia. In Maritain è ben presente una concezione di istituzioni pubbliche non confessionali e funzionali all’ “impegno” di cui parlano i personalisti, tali da coinvolgere le persone per l’interesse e il bene comune tutte le forze che hanno il medesimo scopo, anche di diversa estrazione religiosa o politica.

 

Queste strade, in dipendenza delle condizioni politiche di quel tempo (che in Francia scongiurano il partito di massa ma in Italia lo favoriscono[12]), consentono al personalismo comunitario di diffondersi a livello politico e costituzionale in Francia, Italia e Spagna, passando per il contributo diretto di Maritain alla realizzazione della Carta dell’ONU del 1948[13]. È noto che il personalismo ha avuto una diretta influenza nella nostra Costituzione, concorrendo alla elaborazione dei principi fondamentali e in particolare dell’articolo 2[14] e del comma 2[15] dell’articolo 3[16]. Maritain ritiene che tramite gli strumenti costituzionali si possano preservare la persona e il suo sviluppo in un contesto di pluralismo: per farlo è necessario concentrarsi sugli elementi di affinità e di convergenza con le altre culture che concorrono al bene comune.

 

Si tratta di un metodo ontologicamente opposto a quello dei fondamentalismi, anche intellettuali ed ideologici, che intendono affermare la propria identità e “conquistare” la società politica e orientare il suo fine ai propri interessi. Ma quale declinazione hanno oggi quelle alte disposizioni costituzionali nel presente contesto politico?

 

  1. Il personalismo comunitario e le sfide dei radicalismi

Il contesto contemporaneo consente di recuperare l’esperienza di Maritain e dei personalisti per ipotizzare una linea di impegno per la rigenerazione del contesto attuale. Nonostante gli stessi ambienti cattolici italiani continuino ad interrogarsi sulla attualità delle categorie del personalismo oggi[17], questa resta una prospettiva irrinunciabile per partecipare al dibattito politico.

Come osserva Zamagni[18], mentre i personalisti del Novecento rispondono alle “gravi degenerazioni” del concetto di persona poste dal nazifascismo e dal comunismo, oggi vi è una spinta potente all’individualismo, l’estensione del concetto di persona agli animali, la svalutazione del neonato malformato come persona e, più in radice, la perdita di senso del concetto di umano anche innanzi alle nuove tecnologie.

 

La manipolazione di quelli che Supiot mette a fuoco come limiti antropologici[19], attraverso la tecnologia, moltiplica le sfide del pluralismo. Non è un caso che oggi molte tensioni sociali si manifestino sul piano della contrapposizione ideologica in materie legate alla nascita, alla sessualità e alla morte. Ma anche le prese di posizione su temi che coinvolgono l’intera umanità, come il cambiamento climatico o la rivoluzione digitale, e le ipotesi di superamento del capitalismo novecentesco, sono affrontate con una mentalità radicale, che non lascia spazio al confronto con le altre diverse istanze sociali.

 

In un contesto di umanità svuotata di identità di fronte ai limiti antropologici e al proprio senso nel mondo naturale, la società politica fatica a riconoscere gli elementi comuni alle diverse posizioni che, come dimostra il successo dell’esperienza personalista fino agli anni ’70 del secolo scorso, sono invece l’unico strumento per generare l’identità comune sulla quale costruire regole davvero condivise e benessere sociale.

 

La proposta culturale, che è quindi una sfida politica, è questa. Ci sono alcune frontiere in cui l’essere umano è chiamato ad abitare: la dimensione digitale, il Pianeta provato dal capitalismo novecentesco, la società umana accresciuta di nuovi livelli inediti di personalità. In questi spazi e tempi, è necessario per il bene di tutti procedere ad una operazione di verità. Tutte le correnti di pensiero che esaltano alcuni elementi della personalità di un individuo per edificare su quelli nuove “categorie” di persone (si pensi al genere, all’etnia, alla provenienza geografica, al reddito, ecc.) corrono il rischio di creare nuove discriminazioni, invece di attenuarle. Deve essere ripreso e riconquistato il concetto di “persona” come comprensivo di tutti gli aspetti che oggi invece si vogliono isolare e “tutelare”, in una infinita moltiplicazione delle differenze.

 

Accettare le differenze potrebbe essere il primo passo per rigenerare un pluralismo che non punta alla sintesi delle divergenze in un idealtipo neutro di individuo, sottomesso al consumo economico e culturale di identità prestabilite dal mercato; ma un pluralismo che esalta le differenze per lavorare da diverse prospettive al benessere materiale e morale di tutti[20]. La sfida del personalismo comunitario non è contrastare o negare le differenze, ma superare il conflitto che queste possono generare; le diverse divergenze e connotazioni delle persone possono essere il motore di sviluppo e crescita della società, e costituiscono il fondamento di ogni democrazia possibile.

 

 

 

 

[1] Si pensi al dibattito politico e sociale generato dall’approvazione del disegno di legge a firma Zan e altri alla Camera, trasmesso al Senato per proseguire l’iter; per ogni informazione sul dibattito parlamentare, il testo e il dossier parlamentare, invece, cfr. sito del Senato.

[2] Si pensi alle proposte di censurare capolavori del cinema come “Via col vento” perché ritenuti, a più di 60 anni dall’uscita della pellicola, razzisti, secondo la sensibilità di adesso; ma anche al fenomeno che sui social media si definisce come “cancel culture”, l’ipotesi di rimuovere immagini o manipolarle per adeguarle ai sentimenti attuali in materia soprattutto di sessualità o di razzismo.

[3] Si tratta della corrente di pensiero che, come noto, si sviluppa in Francia tra gli anni ’20 e ’30 del ‘900, volta a riconoscere un comune denominatore per diverse concezioni sociali e religiose. Gli intellettuali francesi che rilanciano questo pensiero si trovano in un contesto di tensione ideologica tra due grandi alternative: il liberismo capitalista e il marxismo-comunista, su cui incombe il nazi-fascismo. Emmanuel Mounier (1905-1950), filosofo cattolico francese, nel 1930 fonda insieme ad altri intellettuali del suo tempo, la rivista Esprit, frequentata da cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei e agnostici, ciascuno fedele al proprio credo e al proprio pensiero ma convinto della necessità di sviluppare una base di dialogo, ricerca e azione comuni.

[4] E. Mounier, Refaire la Renaissance, in Esprit, 1932, 1, 10.

[5] Cfr. J. Maritain, L’Uomo e lo Stato, Genova, 2014, 108: “(…) se la democrazia deve entrare nel suo prossimo periodo storico con una dose sufficiente di intelligenza e vitalità, una democrazia rinnovata non misconoscerà la religione come fece la società borghese del XIX secolo, in pari tempo individualista e ‘neutra’, e che questa democrazia rinnovata e ‘personalista’ sarà di tipo pluralistico”.

[6] J. Maritain, L’Uomo e lo Stato, Genova, 2014, 5 (edizione originale, Man and the State, The University Press, Chicago, 1951). Si tratta di un’opera decisiva per le influenze del personalismo nelle Carte costituzionali coeve e successive, scritta negli Stati Uniti, in inglese, in cui l’Autore risente dell’influsso della cultura statunitense e “depura” il pensiero personalista di Mounier dalle spinte rivoluzionarie tipiche del contesto in cui prende avvio l’esperienza di l’Esprit.

[7] J. Maritain, L’Uomo e lo Stato, Genova, 2014, 8 ss.

[8] Ipotesi dagli esiti potenzialmente illiberali e contraria al fine della società politica, cioè porre condizioni perché la persona cresca concorrendo al bene comune.

[9] Cfr. L. Elia, Maritain e la rinascita della democrazia, in Studium, Anno LXXIII, settembre/ottobre 1977, 581.

Mentre Mounier incentra le proprie tesi nel contesto della Terza Repubblica francese, quindi criticando aspramente le istituzioni liberali, che certamente andavano rigenerate, ma producendo dunque un rischio catastrofista; Maritain, nella sua produzione del secondo dopoguerra, soprattutto nel testo L’Uomo e lo Stato, utilizza categorie anglosassoni ed è legato ai dialoghi che ebbe l’Autore con padre Murray, il gesuita estensore dei documenti conciliari sulla libertà religiosa, consulente teologico di J. Kennedy su cui cfr. S. Ceccanti (a cura di), riedizione di J.C. Murray, Noi crediamo in queste verità. Riflessioni cattoliche sul «principio americano», 2021.

[10] Le espressioni sono di L. Elia, op. ult. cit., a commento di Maritain, Christianisme et démocratie, New York, Éditions de la Maison Française, 1943.

[11] J. Maritain, L’Uomo e lo Stato, Genova, 2014, 138: “Da parte mia penso che, in una democrazia, la vocazione di leadership (…) dovrebbe normalmente essere esercitata da piccoli gruppi dinamici liberamente organizzati e molteplici quanto a natura, che non si interessassero dei successi elettorali, ma si votassero totalmente a una grande idea sociale e politica, e che agissero come un fermento all’interno dei partiti politici o al di fuori di essi”; cfr. anche J. Maritain, Umanesimo integrale, Torino, 1962, 202-204. Maritain sostiene che nei momenti di crisi, il “ruolo dei servitori ispirati, dei profeti del popolo” acquista tutta la sua importanza, e cita le esperienze della Rivoluzione francese, della Costituzione americana, del Risorgimento italiano, della liberazione dell’Irlanda e di Gandhi.

[12] I personalisti resteranno per tutta la seconda metà del Novecento una sorta di gruppi di avanguardia per la tessitura di sostrati politici che possiamo oggi chiamare di “centro-sinistra”, in Francia, Italia e Spagna, cioè ambiti di pensiero e impegno non comunisti, cattolici e di prospettiva pluralista. In Italia, comunque, si creano le condizioni per il partito di massa (la Democrazia Cristiana).

[13] Cfr. il discorso di Jacques Maritain, capo della delegazione francese, all’Unesco (Città del Messico, 1947), che ebbe un’influenza diretta sulla Commissione istituita dall’ECOSOC incaricata della redazione della Dichiarazione. René Cassin, uno dei redattori più autorevoli della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, definì il discorso di Maritain come “pieno di idealismo pratico”.

[14] «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

[15] «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

[16] Tra gli altri, cfr. L. Elia, Maritain e la rinascita della democrazia, in Studium, Anno LXXIII, settembre/ottobre 1977, il quale nota come non sia possibile ripercorrere il dibattito stenografico dei lavori delle Sottocommissioni, in quanto sono a disposizione solo i resoconti sommari che non si concentrano sulle argomentazioni culturali e di tutti gli Autori citati dai costituenti. Cfr. A. Fanfani, Storia dei primi tre articoli della Costituzione, in Humanistas, 2, 1947, 4, 422-25.

[17] Cfr. il dibattito sul quotidiano Avvenire di qualche anno fa tra Francesco D’Agostino, che riteneva utile superare il concetto di persona a favore di quello di “fratelli” e Giorgio Campanini che spiegava la peculiarità e l’attualità del concetto.

[18] S. Zamagni, Prosperità inclusiva, Roma, 2021, 15 ss. Il saggio merita una attenta e approfondita lettura di cui non si può dare conto in questa sede.

[19] Cfr. A. Supiot, Homo juridicus. Saggio sulla funzione antropologica del diritto, Milano, 2006. L’autore nota come la manipolazione della nascita, attraverso le tecniche di screening e aborto, della sessualità, attraverso la manipolazione ormonale e fisica degli attribuiti e della morte, attraverso il mantenimento in vita prolungato, consentono all’essere umano di superare punti fermi della propria esistenza, aprendo a nuove dimensioni.

[20] Ad esempio, sul tema delle immigrazioni, è inutile negare che le persone asiatiche, europee ed africane abbiano abitudini alimentari diverse, che possono generare conflitto: non si deve negare la realtà, ma adoperarsi per il reciproco rispetto nella diversità. Lo stesso vale per ambiti che coinvolgono l’identità di genere o altre questioni bioetiche.