Il pallone nella politica

di Francesco Occhetta

 

Il detto “la politica nel pallone” si è improvvisamente trasformato in “il pallone nella politica”, lasciando però invariato il risultato in cui versa la politica stessa. È bastata, infatti, la proposta di organizzare una Superlega, tra i sedici club più ricchi del mondo (uscendo dall’ECA, la European Club Association e, di conseguenza, anche dai canali ufficiali riconosciuti), per fare esplodere la reazione contraria di mondi come l’UEFA, le tifoserie, molti club, il giornalismo e i social.

 

In verità, la Superlega è solo il frutto proibito di un processo culturale e politico alimentato da anni, anche da chi ha gridato allo scandalo. Lo dicevano gli antichi: «Chi semina vento raccoglie tempesta», ad indicare come ogni scelta sociale e politica nasca sempre dalle radici che la alimentano. Ma allora, per quale motivo l’opinione pubblica si è così tanto indignata da bloccare la proposta in due soli giorni, senza chiedersi perché si sia arrivati a quella decisione? È su questo interrogativo che vorremmo soffermarci brevemente.

 

È superfluo ribadire che la fama, la ricchezza e il potere, imposti come nuovi «valori» dal calcio professionistico, sono arrivati a condizionare la vita politica del nostro Paese. Anzi, la perdita di tutti i contenuti simbolici e della gratuità ha trasformato in prassi ciò che era considerato un’eccezione: comportamenti sleali, tentativi di corruzione, l’abilità di ingannare, la volontà di prevalere ad ogni costo sull’altro giocatore, fino a ricorrere stabilmente al doping e agli anabolizzanti come possibilità di superare i propri limiti. Per questo le ragioni della crisi, oltre ad essere di natura finanziaria e istituzionale, sono soprattutto di natura etica e antropologica perché toccano l’essenza stessa dello stare insieme.

 

Quel è la vera posta in gioca legata al calcio? L’emergenza educativa che tocca la responsabilità politica. Dirigenti, calciatori, allenatori, tifosi, sponsor, medici, farmacisti, giornalisti, educatori e amministratori sono chiamati a un serio esame di coscienza sulla propria esperienza professionale.

 

In Italia ci sono 1.057.690[1] giocatori di calcio (l’equivalente delle popolazioni di Bari, Catania, Venezia, Firenze e Bologna messe insieme), appartenenti a circa 66.492 squadre[2], che su una superficie di campi pari a 76.620 km² disputano 700.000 partite l’anno. Gli italiani che gravitano intorno al mondo del calcio sono circa 24 milioni, mentre i tifosi si aggirano intorno ai 32 milioni. Le cifre degli stipendi dei giocatori le conosciamo, sono stratosferiche e immorali, eppure le si accetta. Nessuno si ribella, come per la Superlega in cui queste logiche sono solo affiorate in superficie.

 

Lo ripetiamo: l’emergenza è educativa e la responsabilità è politica. Possono i giocatori plurimiliardari diventare i modelli delle nuove generazioni, mentre le squadre giovanili si sono trasformate in piccole fabbriche per selezionare i campioni? Gli allenatori si stanno trasformando in addestratori che selezionano i più capaci e promettono ai genitori guadagni sicuri. Quali saranno le conseguenze politiche di una società che valorizza più il valore economico del giocatore sulla crescita educativa di un ragazzo?

 

È una questione di scelte. Il volto luminoso del calcio è inclusivo, la sua vocazione è universale, non fa distinzione di lingua, cultura e credo. Riconoscerne il senso significa dare un valore a ciò che sta sotto gli occhi di tutti. Per queste sue caratteristiche il gioco del calcio continua a essere il «valore aggiunto» della società italiana, che sottolinea la dimensione ludica: chi non ricorda le partite giocate all’oratorio o nella piazza, che permettevano, dopo una giornata di scuola o di lavoro, di sfogarsi, correre, ridere, conoscersi sempre meglio e scoprirsi circondati da amici che condividevano la stessa passione? Si imparava a vincere, a stare insieme, ad accettare una sconfitta e a crescere. Un vero e proprio stile di vita generatore di cultura e di “socialità” buona.

 

Tutto questo è ancora possibile? Il calcio continua a offrire un servizio pubblico al nostro Paese? Le famiglie possono continuare a considerarlo una scuola di formazione credibile per i loro ragazzi? Il calcio giovanile e amatoriale rimane, anzitutto, un tessuto relazionale: le generazioni che si sono succedute nei campi di calcio hanno imparato giocando i valori della pace, della condivisione e della giustizia. Il senso della partita come collaborazione, il confronto come esercizio di amicizia, la fatica condivisa come elemento di crescita.

 

Questa esperienza ha nutrito molte stagioni della vita politica del Paese. Oggi, invece, è in crisi la riflessione culturale sul calcio. Eppure, ogni giorno ci sono circa 30 programmi di calcio alla radio, mentre sono 12 le televisioni private che trasmettono programmi sportivi. In questi tempi però si avverte la mancanza di uomini come Gianni Brera. Ci mancano la formazione umanistica e la passione per i grandi valori come quelli dell’onestà e della lealtà che aveva la generazione che ci ha preceduti.

 

Le ideologie politiche sopravvivono nelle curve degli stadi che spesso impongono alle società di prestarsi ai giochi ricattatori di tifoserie violente. A livello teorico tutti concordano, giustamente, sull’urgenza di uscire dalla crisi per trovare soluzioni alla domanda che ci siamo posti in precedenza. Ma una rondine non fa primavera: se non si cambiano i comportamenti e le scelte di fondo non si potrà incidere nella realtà concreta.

 

Le stagioni culturali rinascono dalla formazione e dall’esperienza di comunità. Volendo indicare alcune priorità su cui fondare un “codice etico”, di cui tanto si parla, occorre che i responsabili del calcio si sentano chiamati a scegliere tra valori in conflitto: la dimensione dell’incontro e della gratuità contro gli interessi degli sponsor che reclamano i frutti dei loro investimenti; ritornare al valore della festa a fronte della violenza dei gruppi che governano le curve degli stadi e le pressioni della stampa che esige risultati da brivido; voler formare persone che si oppongano alla mentalità dominante, il cui unico interesse è vincere ad ogni costo.

 

Le regole del fair-play, che include i valori del rispetto, della solidarietà, della tolleranza, dell’umiltà e del perdono si possono proporre ma non imporre. Soltanto una formazione che sappia risvegliare la coscienza permette al giocatore di poter consapevolmente accogliere, rispettare e attuare il valore morale. È necessario investire tempo e risorse nella formazione dei calciatori e dei dirigenti, ma, allo stesso tempo, educare e creare spazio di incontri per le proprie tifoserie anche attraverso l’uso dei social. Anche le squadre e le amministrazioni sono chiamate a riscoprire e valorizzare la dimensione del volontariato del calcio con tutti i valori di cui è portatore.

 

Del resto, solo il sacrificio di una partita permette di comprendere il proprio limite, di accettare che non si è onnipotenti. Fa decentrare il calciatore da sé stesso, portando alla luce l’obiettivo per il quale si pone al servizio del gioco di squadra: gareggiare insieme in vista di un risultato in cui ciascuno riesce a dare il meglio di sé. In tal senso, una partita di calcio è simbolica dell’atteggiamento che noi sperimentiamo nel rapporto tra individualità, tra sé stessi e gli altri, nella dimensione sociale e politica.

 

Il nuovo modello di sviluppo promosso dal Green Deal dell’Ue deve passare anche da una riforma “politica” del calcio che abbia il fine di ricostruire un ambiente fatto di relazioni corrette e una sana ricaduta degli interessi sui territori.

 

È dunque il fine (del calcio) e non il mezzo (una Superlega) a doverci preoccupare. Se quest’ultimo è solo una grande operazione finanziaria voluta dai più ricchi che seguono l’antica logica del panem et circenses, un Supercampionato non aiuta. Se, invece, una Supercoppa ha come fine quello di unire i popoli di culture e tradizioni diverse in modo rispettoso e pacifico, favorendo il dialogo e l’incontro tra culture lontane e andando ad incidere nel settore del peacebuilding e nella prevenzione dei conflitti, allora persino una Supercampionato aiuterebbe ad andare oltre i provincialismi per crescere in un mondo politico sempre più interconnesso.

 

 

[1] Report Calcio 19 della Figc, p. 36.

[2] Ivi, p. 38.