“Il gusto del futuro” da non tradire. Il Pnrr tra giovani, formazione e lavoro

di Tommaso Galeotto

 

Un po’ come un surfista che si prepara a cavalcare la cresta dell’onda, quando l’acqua inizia ad incresparsi, così l’Italia scalda i motori per la ripartenza con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) presentato dal governo Draghi e recentemente approvato in via definitiva dalla Commissione Ue.

 

Sono oltre 200 i miliardi in arrivo da adoperare per l’attuazione dei programmi presentati nelle cinque missioni, che costituiscono le tappe della ricostruzione. Tra i tanti temi affrontati non potevano mancare la formazione e il lavoro, ormai due facce della stessa medaglia, che toccano trasversalmente gran parte dell’impianto del Pnrr. La centralità di questi pilastri si denota, tra gli altri interventi, nell’ingente somma riservata allo sviluppo degli ITS (Istituti Tecnici Superiori), il sistema di formazione professionale terziaria, parte della quarta missione “Istruzione e ricerca”, di cui si sta discutendo alla Camera per la ridefinizione della missione e l’organizzazione del sistema.

 

Con 1,5 miliardi messi a disposizione, si ambisce ad aumentare il numero di iscritti a questi percorsi, a potenziare i laboratori con tecnologie 4.0, a formare i docenti perché siano in grado di adattare i programmi formativi ai fabbisogni delle aziende locali e a sviluppare una piattaforma digitale nazionale per le offerte di lavoro rivolte agli studenti in possesso di qualifiche professionali, così da favorire l’incontro tra domanda e offerta. Cifre che sembrano essere un primo passo per la svolta.

 

L’Italia, ad oggi, è il fanalino di coda in Europa per numero di persone che vengono formate in questi istituti. A fronte degli attuali 18 mila iscritti in 110 fondazioni ITS nel Bel paese, la Germania forma tecnici superiori in numeri di circa 800 mila ragazzi e la Spagna circa 450 mila. Il premier Mario Draghi aveva già sottolineato l’importanza di queste realtà, nel discorso programmatico al Senato, considerandoli come una pietra angolare del sistema formativo anche per favorire l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro (circa l’80% dei diplomati tecnici superiori è occupato entro 12 mesi dalla conclusione del percorso di studi).

 

Senza nulla togliere alla formazione terziaria tradizionale, gli ITS svolgono una funzione complementare a quella universitaria per la costruzione di profili professionali coerenti alle esigenze reali delle imprese locali, grazie alla possibilità che queste hanno di collaborare attivamente alla progettazione dei percorsi e di far parte di vere e proprie reti territoriali.

 

Ma non finisce qui. Nel pacchetto di 6,01 miliardi riservati alle politiche attive del lavoro e sostegno all’occupazione nella quinta missione “Inclusione e coesione”, una quota di 600 milioni viene messa a sostegno del sistema duale nell’ambito dell’istruzione e della formazione professionale. Al centro ci sono l’apprendistato e l’alternanza scuola lavoro rafforzata. Un segnale inequivocabile di come questo modello di apprendimento e di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, basato sull’alternarsi di momenti “in aula” con momenti in contesti lavorativi, rappresenti sempre più una bussola per l’educazione, l’istruzione e la formazione integrale dei giovani.

 

È infatti attraverso queste esperienze, e allo sviluppo congiunto di competenze hard e soft, che è possibile maturare un “saper fare” e un “saper essere” fondamentali per tutto l’arco della vita professionale. La “complessità” della nostra epoca, come scrive Edgar Morin, è caratterizzata da una velocità fulminea con cui le competenze tecniche diventano obsolete, facendo rimanere in partita solo chi è in grado di imparare ad imparare continuamente, aggiornando le proprie conoscenze in una prospettiva di lifelong learning.

 

Già nel 2015 un’indagine di Unioncamere aveva rivelato come per il 78% degli imprenditori le competenze trasversali fossero importanti tanto quanto quelle tecniche, riconfermando l’idea che per rispondere ai cambiamenti repentini e continui della nostra società sia importante essere flessibili, creativi, autonomi, capaci di lavorare in gruppo e pronti a rimettersi in discussione continuamente. Non da ultimo, fanno buon gioco allo sviluppo delle competenze soft anche i 650 milioni previsti per il potenziamento del Servizio Civile Universale, tra le esperienze più importanti di apprendimento non formale (al di fuori dei sistemi formali come scuola e università) e di cittadinanza attiva.

 

In ballo non c’è quindi soltanto l’eterno tema del mismatch formativo e delle competenze (anche!), ma l’intero impianto di un sistema, che deve scegliere se rimanere ancorato al modello dell’irriducibile dualismo tra formazione e lavoro, destinato quindi all’incoerenza perenne, o se scommettere invece sul dialogo e l’osmosi tra questi due mondi, a beneficio dei singoli, della collettività e del progresso. Come faremo a gestire la sfida della transizione ecologica e della transizione digitale (che secondo le indicazioni delle istituzioni europee dovranno rappresentare rispettivamente almeno il 37% e il 20% dei fondi a disposizione), e l’impatto che queste avranno anche sui mercati del lavoro, in particolare nella necessità di formare competenze green e digital in modo trasversale in molti settori e professioni, se non attraverso un’azione corale? Disporre delle più avanzate tecnologie pulite e digitali sarà inutile se le persone non verranno preparate ad utilizzarle con le giuste competenze e la giusta sensibilità.

 

I riflettori sono puntati anche sul fronte più ampio delle politiche attive. Per questo è prevista l’istituzione del programma nazionale Garanzia di occupabilità dei lavoratori (GOL), che prevede un sistema di presa in carico unico dei disoccupati e delle persone in transizione occupazionale, ridefinendo il processo a partire dalla profilazione della persona, permettendo la costruzione di percorsi personalizzati di riqualificazione delle competenze e di accompagnamento nella ricerca di un lavoro. Il piano di riforma delle politiche attive prevede anche l’investimento di 400 milioni per il potenziamento dei centri per l’impiego, più altri 200 milioni funzionali alla realizzazione di specifiche iniziative, tra cui l’incremento della prossimità dei servizi, lo sviluppo di osservatori regionali del mercato del lavoro, la promozione dei servizi di identificazione e la validazione e la certificazione delle competenze.

 

Il Piano Nazionale Nuove Competenze, infine, intende fissare uno standard di formazione per i disoccupati, censiti dai centri per l’impiego, promuovendo una rete territoriale dei servizi di istruzione, formazione, lavoro anche attraverso partenariati pubblico-privati. A questo proposito, viene rafforzato il Fondo Nuove Competenze, già istituito in via sperimentale nel 2020, permettendo alle imprese di rimodulare l’orario di lavoro per attuare piani formativi per i propri dipendenti, senza dover sostenere i costi del lavoro per le ore trascorse in formazione.

 

Le misure volte al sostegno della formazione continua delle persone assumono oggi ancora più rilevanza se si considera il fatto che, come emerge dai dati Eurostat, in Europa la fetta di lavoratori con più di 55 anni è aumentata dal 12% al 20% tra il 2004 e il 2019, con la fascia di età 60-64 anni che è più che raddoppiata (+ 139%). L’invecchiamento della forza lavoro non può però trascinare con sé l’invecchiamento delle competenze, rendendo necessari interventi continui di reskilling e upskilling lungo tutto l’arco della vita lavorativa per garantire l’occupabilità della persona.

 

I presupposti per una svolta e per poter assaporare il “gusto del futuro” ci sono tutti. Come sempre, sarà però determinante avere una regia coesa e attenta a mettere a sistema il quadro del programma e tutti gli attori chiamati a dare il proprio contributo. Oltre a volti, competenze e un metodo, alla politica sono chieste anche lungimiranza e la pazienza del contadino, quella di colui che semina con cura oggi nell’attesa fiduciosa del giorno del raccolto.