Il fuoco dell’ideale

di Francesco Occhetta

 

Il nostro Paese ha molte risorse ed energia fresche, competenze e iniziative buone. Sono la parte nascosta di una moneta su cui non si vuole scommettere. Eppure in questi ultimi anni sono nate fondazioni, think tank, associazioni e gruppi per farsi carico dei problemi sociali o della fragilità in cui versa la democrazia. Per quali ragioni allora non prevale una cultura riformista capace di rimodellare il sistema istituzionale e comunitario?

 

Il protagonismo e lo spirito di competizione bloccano da tempo il nascere di una nuova stagione, ma c’è di più: manca una radice vitale che nutra sogni e progetti, desideri e scelte, visioni comuni e identità inclusive in grado di costruire il “noi” politico. L’umanocrazia è soffocata dalla tecnocrazia che pretende di riformare e ricostruire. Senza un “perché” implodono ogni “dove” e “cosa”: ne è prova l’infelicità (personale e sociale) delle persone a cui non manca niente di materiale. Per questo non si smette di ricercare un qualcosa o un Qualcuno che diano pace e senso all’agire politico.

 

L’ideale non è l’antitesi della realtà, ma il suo fondamento. Si potrebbe dire, riformulando un noto proverbio, “dimmi che ideale hai e ti dirò che politica farai”. È il fuoco degli ideali che riaccende la cenere delle politiche che mancano, perché in un popolo l’ideale può nascere solo dalla percezione del bello e del giusto. Pensiamo ai tanti “frutti maturi” che nascono dagli studi e dalle competenze di molti. Tra questi si possono trovare anche delle soluzioni politiche urgenti, sia per i temi che per l’importanza dei problemi affrontati, ma, in una stagione in cui mancano gli ideali necessari a nutrire tronco e rami, questi frutti rischiano di rimanere incolti, finendo per avvizzire senza essere stati in grado di generare.

 

Il ritorno all’ideale è la condizione dell’agire politico che supera gli individualismi, gli egoismi e le menzogne della politica. L’ideale nasce quando la competenza incontra la compassione e la condivisione, dove la stessa azione politica è pensata come forma di sviluppo solidale. È da questo che nasce la visione politica, quella che rigenera parole umane e disegna l’orizzonte, altrimenti la politica continuerà ad essere suddita della tecnica, che al proprio interno ha visioni parziali e spesso diverse. Lo ricordava, negli anni Novanta del secolo scorso, Mino Martinazzoli che, con rara efficacia, diceva: «gli interessi in politica non sono mai moderati, ma sempre radicali. Semmai è la politica che li modera. E il ruolo dei cattolici in politica è proprio quello».

 

In un’omelia del 370 d. C., Basilio di Cesarea ricorda la condizione di tutto questo: «I pozzi dai quali si attinge di più fanno zampillare l’acqua più facilmente e copiosamente; lasciati a riposo, imputridiscono. Così anche le ricchezze ferme sono inutili; se invece circolano e passano dall’uno all’altro, sono di utilità comune e fruttifere» (in Il buon uso delle ricchezze, 1993, 22). L’ideale permette a una comunità politica di bere acqua sorgiva e limpida, l’acqua stagnante invece garantisce il potere e l’accumulo della ricchezza di pochi. Secondo Paul Ricoeur l’identità perduta di un popolo si ritrova quando da “soci” si diventa “prossimi”. Lo ricorda anche Francesco nella sua ultima enciclica, Fratelli tutti. È l’ideale di prossimità che permette di scegliere ciò che ha un valore: preservare i contagi, ad esempio, è più importante dei cenoni di capodanno; investire sul Mes ha priorità sui capricci di alcuni politici; il condono del debito da Covid – proposto dal Presidente del Parlamento europeo David Sassoli – viene prima dell’egoismo dei Paesi ricchi.

 

Nel V secolo Pietro Crisologo descrive, con parole che tolgono il fiato, il potere dell’oblio dell’ideale: «Comanda sui popoli, decide nei regni, ordina guerre, compra mercenari, vende sangue, causa morti, distrugge città, sottomette popoli, assedia fortezze, umilia i cittadini, presiede nei tribunali, cancella il diritto, confonde il giusto e l’ingiusto ed è fermo fino alla morte, mette in crisi la fede, viola la verità, danneggia l’onorabilità, rompe i legami affettivi, distrugge l’innocenza, sotterra la pietà, distrugge l’amicizia. Cos’altro? Questo è Mammona, signore di iniquità, che domina con iniquità sia il corpo sia lo spirito degli uomini» (Sermo CXXVI, in PL 52, 547).

 

Servirsi “degli altri” è fonte di iniquità e genera divisione, il servizio “agli altri”, invece, è fonte di libertà e di comunità. Si deve ripartire da qui, da atti semplici e concreti. Per cambiare il mondo si deve iniziare a cambiare il proprio mondo, e questo è ancora possibile. Nel suo piccolo, Comunità di Connessioni cerca di testimoniarlo: sono i doni condivisi comunitariamente a valere di più delle competizioni dei singoli. I temi in agenda sono noti, ma vanno nutriti da ideali grandi: dal lavoro all’ambiente, dalla salute alla scuola, dal calo demografico alla famiglia. Il fuoco degli ideali si può riaccendere solo scegliendo “per chi” si dona la vita, come ricordava Paolo Borsellino: «È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola».