di Francesca Carenzi

La fotografia della condizione dei giovani nel nostro Paese non fa ben sperare: nel 2021 il tasso di abbandono scolastico ha raggiunto quasi il 13%; il numero dei NEET, i giovani che non studiano né lavorano, si aggira intorno al 23%. Nel 2019 e 2020 abbiamo assistito ad un aumento delle persone in situazioni di povertà assoluta e le fasce d’età 0-17 e 18-34 anni sono tra le più colpite. A questo si sommano gli strascichi psicologici lasciati sui più giovani dalla pandemia. Anche i numeri degli italiani all’estero dovrebbero far riflettere: i minori sono 841mila (il 14,5% del totale), cui vanno aggiunti oltre 1,2 milioni di giovani tra i 18 e i 34 anni (il 21,8%), un dato che incide per il 42% circa sul totale delle partenze annuali per espatrio.

Eppure, nonostante questi dati, analizzando il dibattito politico attuale, non sembra che le giovani generazioni riescano a trovare spazio.

Esiodo scriveva che “non c’è alcuna speranza per l’avvenire del nostro paese se la gioventù di oggi prenderà il potere domani. Questa gioventù è insopportabile, senza ritegno, terribile”, e a Socrate si attribuisce un giudizio sui giovani senza appello: “La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, si burla dell’autorità, non ha alcun rispetto degli anziani. I bambini di oggi sono dei tiranni, non si alzano quando un vecchio entra in una stanza, rispondono male ai genitori.” Forse anche in politica si vive secondo lo stereotipo antico secondo cui le nuove generazioni sono sempre peggio di quelle precedenti.

La realtà è che tutti i fenomeni oggi in corso sembrano indicare disillusione verso un Paese che sembra non avere spazio per i giovani e per le loro idee: più del 40% delle persone che decidono di lasciare il nostro Paese ha meno di 34 anni. Su molte questioni di giustizia sociale come l’ambiente e i cambiamenti climatici, ma anche su temi come il lavoro e la salute mentale, la differenza di posizioni tra generazioni è emblematica dello stallo. La richiesta di futuro da parte dei giovani resta pressoché inascoltata dalle istituzioni, e l’incomunicabilità aumenta la distanza tra la società civile e la politica.

Il diritto all’ascolto è però tra i principi sanciti dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York il 20 novembre 1989 e ratificata e resa esecutiva dal Governo italiano con la Legge n. 176 del 27 maggio 1991. Il documento è composto da 54 articoli che ruotano intorno a 4 principi fondamentali: non discriminazione, superiore interesse del bambino e dell’adolescente, diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo, ascolto delle opinioni delle persone di minore età (art.12).

L’articolo 12 prevede il diritto dei ragazzi e delle ragazze di essere ascoltati in tutti i processi decisionali che li riguardano e il dovere per gli adulti di tenerne in adeguata considerazione le opinioni. Questo vale, in primis, nei processi giudiziari che vedono coinvolto un minorenne. Ma non solo. Seguendo questa linea, ultimamente si è sentito spesso parlare di “partecipazione” nell’ambito delle politiche dell’infanzia. Il termine viene utilizzato per descrivere processi che prevedono scambio di informazioni, di opinioni e dialogo, tra i bambini o gli adolescenti e gli adulti, anche in ambito di revisione di protocolli e decisioni che li riguardano. Anche l’Unione Europea sta spingendo gli Stati a muoversi in questa direzione, come testimonia il coinvolgimento dei ragazzi e delle ragazze nella sperimentazione del Sistema europeo di garanzia per i bambini vulnerabili e la stesura dell’ultima Strategia del Consiglio d’Europa per i diritti dell’infanzia.

L’intuizione dei legislatori è lungimirante, e negli ultimi anni l’Italia ha scelto di coinvolgere gruppi di ragazzi nelle politiche che li riguardano. La partecipazione attiva dei ragazzi e delle ragazze come portatori e agenti di diritti, e non solo come oggetti di questi, è una sfida chiave per le istituzioni. Se raccolta in tutte le politiche potrebbe davvero favorire il protagonismo delle giovani generazioni e limitarne il senso di esclusione. Giovani non solo “fruitori” di decisioni altrui, “consumatori” di un sistema Paese preimpostato, ma, insieme agli altri, costruttori del proprio futuro.

La Convenzione indica la strada: l’ascolto e il dialogo applicati come pratica comune nelle sedi istituzionali.

Il rapporto tra le generazioni non è facile e non lo è mai stato. Capire le ragioni dell’altro, accettare punti di vista diversi, misurarsi con la complessità delle persone e dei fenomeni sociali è un esercizio che richiede lavoro e umiltà. Se guadagneremo questa postura potremo aprire un dialogo autentico tra generazioni. Che cercano risposte, vogliono esprimersi senza banalizzazioni ed essere tutte finalmente protagoniste.