Amare la giustizia. Da Fossoli a Santa Maria Capua Vetere

di Francesco Occhetta

 

Ci equivochiamo a pensare che la giustizia “si deve fare”, in realtà la giustizia la si può solo accogliere e amare. Fa parte di un ordine relazionale a cui aderire. Ogni volta che si custodisce il “Tu” della relazione si permette al proprio “Io” di vivere libero e in pace. Solo capovolgendo il significato di giustizia, si ascolta come imperativo il grido della coscienza che sorge davanti a ogni ingiustizia. È dal dis-ordine che nasce l’ingiustizia: le sue conseguenze sono la rottura di relazione personali e sociali, come capita quando c’è un’eredità da dividere, quando si perseguono i propri interessi calpestando i più deboli, o ancora quando si uccide.

 

In questi giorni però il Paese ha vissuto due inaspettati momenti di giustizia, fatti di parole sussurrate tenacemente, anche se troppo poco narrati da media e soffocati dalle urla per la vittoria della Nazionale di calcio. Lo scorso 10 luglio le più alte cariche dell’Ue, Ursula von der Leyen e David Sassoli, i presidenti della Commissione e del Parlamento europeo, hanno visitato il Campo di Fossoli, nei pressi di Carpi, per commemorare il 77° anniversario dell’eccidio nazista di 67 internati politici. Quattro giorni dopo, il 14 luglio il presidente Draghi e la Ministra Cartabia hanno visitato la Casa Circondariale “Francesco Uccella” di Santa Maria Capua Vetere.

 

Fossoli è il luogo della memoria, che rappresenta il simbolo della divisione ma anche la possibilità di fraternità. Dai campi di Fossoli partivano i treni verso i campi di concentramento tedeschi, in quel luogo transitarono circa 5mila prigionieri. Poi c’erano i campi di Borgo San Dalmazzo in provincia di Cuneo, di Risiera di San Sabba nella periferia di Trieste e il campo di Gries a Bolzano. Fossoli è uno dei luoghi del tramonto della nostra civiltà che ha però visto nascere una nuova alba. Nella sua struggente poesia, “Il tramonto di Fossoli” del 7 febbraio 1946, Primo Levi ne descrive il tramonto: «Io so cosa vuol dire non tornare. / A traverso il filo spinato. / Ho visto il sole scendere e morire; / Ho sentito lacerarmi la carne. / Le parole del vecchio poeta: / – Possono i soli cadere e tornare: / A noi, quando la breve luce è spenta, / Una notte infinita è da dormire». Dopo tanti anni quel dolore silenzioso è ancora scolpito nei volti dei familiari, ma la volontà dei vertici dell’Europa è stata quella di fare memoria, far battere umanamente il cuore delle sue istituzioni e impedire che possa ritornare ciò che la coscienza politica dimentica.

 

Ursula von der Leyen e David Sassoli hanno invitato la coscienza personale e sociale dell’Europa a rimanere desta ogni volta che la dignità della persona viene ferita o umiliata, disprezzata o ridotta al silenzio. Anzi, il Presidente del Parlamento ha invitato i cittadini europei a vincere il buio con la luce dell’alba sull’esempio di don Zeno che, insieme ai “suoi” orfani e ragazzi abbandonati, ha tagliato i reticolati del campo di Fossoli per far nascere Nomadelfia, “la città dove la fraternità è legge”.  Nomadelfia è una provocazione, ha detto Sassoli: «Non circola denaro, non esiste disoccupazione, uomini e donne lavorano all’interno della comunità senza ricevere uno stipendio, in quanto non si può pagare il fratello. Anche il concetto di famiglia è diverso da quello esistente ovunque. Qui uomini e donne sono tenuti a esercitare la paternità e la maternità su tutti i figli: anche su quelli che non appartengono alla loro famiglia. Da qui emerge un’idea di famiglia che non si limita alla dimensione biologica. I bimbi di Nomadelfia descrivono la famiglia così: “Mamma non è colei che ti genera. Questo è un fatto di Dio. Mamma è colei che ti nutre e che ti porta all’amore”».

 

È nella debolezza che si arginano le forze distruttive, altrimenti diventare padroni della storia e dell’esistenza porta, come ultima manifestazione, all’assolutismo e all’intolleranza. Lo ha riconosciuto anche Ursula von der Leyen: «Oggi voglio rendere onore alla memoria di tutti coloro che hanno contribuito alla nostra liberazione. Non possiamo tollerare ogni sorta di discriminazione se vogliamo restare fedeli ai valori dei vostri nonni, dobbiamo assicurare che la dignità umana, la libertà e l’uguaglianza siano per veri per tutti. L’Europa deve tenere alta la guardia affinché non succeda mai più». Perdono e fraternità, memoria e solidarietà rimangono le radici che nutrono i valori dell’Europa.

 

Al centro del suo intervento, Pierluigi Castagnetti, presidente della Fondazione Fossoli ha posto l’Europa davanti alla sua responsabilità: «L’olocausto è stata una tragedia europea, ma anche se i lager non esistono più, oggi è il Mar Mediterraneo a essere un immenso lager in cui muoiono centinaia e centinaia di profughi, cadaveri che si inabissano verso i fondali più profondi del mare. Ieri non si sapeva, oggi si vede e si sa. Che non venga mai il giorno in cui nuove generazioni di cittadini europei ci chiedano conto di quanto succede di questi tempi». È questa la vera provocazione etica e morale a cui tutti noi siamo chiamati a rispondere per capire il nostro grado di umanità. La visita del Presidente Draghi e della Ministra Cartabia alla Casa Circondariale “Francesco Uccella” di Santa Maria Capua Vetere, pone al Paese intero una domanda di giustizia. Era dai tempi di Moro che non si ricorda un gesto di questa portata a cui si accompagna il difficile tentativo di capovolgere il significato che ha la giustizia nell’Ordinamento giuridico del nostro Paese.

 

I fatti sono noti: in quel carcere è esploso il sistema giudiziario, mostrando a tutti i suoi problemi e le sue ferite. Quando una società non cura la pianta della giustizia, essa rischia di essere soffocata dagli arbusti delle ingiustizie, che portano con sé i frutti della violenza, rendendo vittime (ingiustificabili) anche gli stessi agenti carnefici. La polizia penitenziaria, che si sente ingiustamente colpita nell’intero corpo, è sottodimensionata, non ha programmi di formazione permanente per gli agenti, ha poche risorse per fare vivere dignitosamente gli agenti che spesso sono costretti a lavorare e, contemporaneamente, a vivere tra le mura del carcere. «Riformeremo il sistema» ha esclamato con convinzione il Presidente Draghi. «È l’occasione per voltare pagina al mondo del carcere. Subito assunzioni e più formazione» ha esclamato la Ministra della Giustizia. Era da anni che chi vive e studia il pianeta carcere sognava di ascoltare parole così. Purtroppo, però queste parole vengono solamente dalla parte del Governo che non appartiene ai partiti.

 

Eppure, quel drammatico video girato nel periodo del lockdown indica fino a dove possono spingersi la paura e la violenza. Le carceri sono diventate spazi in cui si vive del passato, il presente è un non-tempo mediato dai ritmi interni, il futuro arriva non come costruzione ma come sottrazione di vita nel presente. E poi la cultura comune vuole carceri sempre più numerose e lontane dagli occhi della società, proprio come i cimiteri. Quando gli Usa negli anni Novanta fecero la scelta di buttare via le chiavi delle celle, i delitti aumentarono di cinque volte. Ciò che ci nascondiamo rivela sempre ciò che siamo, una società di relazioni fratturate che coinvolge le procure, l’amministrazione carceraria, gli operatori, gli avvocati, i volontari e l’intera classe politica. Rimane una via sola da percorrere: capovolgere la giustizia. Il presidente del Consiglio ha scelto parole precise: «La detenzione deve essere recupero, riabilitazione. Gli istituti penitenziari devono essere comunità. E dobbiamo tutelare, in particolare, i diritti dei più giovani e delle detenute madri. Le carceri devono essere l’inizio di un nuovo percorso di vita».

 

Le 190 carceri italiane vanno riformate, la Ministra Cartabia lo ha ricordato nel suo discorso: nella Costituzione non si parla di “pena” ma “di pene al plurale”. Prima degli aspetti tecnici, però, occorre una riforma culturale, ma i partiti in campo sono troppo divisi e incapaci di pensare a un cambiamento organico. Si potrebbe ripartire da una nuova e seria amnistia, condizione per introdurre un nuovo paradigma culturale, quello della giustizia riparativa, che ponga al centro dell’ordinamento la ricostruzione della verità, il dolore della vittima, la riparazione del reo, la responsabilità della società, l’espiazione come ricostruzione della dignità del detenuto e l’incentivo delle misure extracarcerarie per superare “il carcere centrismo”.

 

Marta Cartabia è tra le più autorevoli sostenitrici del modello. È appoggiata da una parte della società e dal mondo giovanile, ma questo non basta. Sulle sue spalle, fatte di roccia giuridica, si sta scaricando il peso storico del momento e il peso della solitudine e dei forti interessi corporativi potrebbero sgretolargliele. Se la riforma della giustizia non passasse l’intero Paese si sgretolerebbe, gli aiuti del Pnrr svanirebbero e l’Ue si allontanerebbe.

 

Nonostante le difficoltà questo non è più il tempo dei burocrati, per i quali la giustizia è solo amministrazione, c’è bisogno invece della responsabilità di tutti, ma soprattutto di statisti che amino e servano la giustizia come visione e ideale, sogno e ricomposizione di ciò che si è spezzato. Alla domanda postagli da Francesco Crispi su come riformare le carceri, don Bosco rispose: «Permettete ai cittadini di entrare nel carcere, tanti cittadini quanti sono i detenuti, senza paura». È la provocazione silenziosa che dovrebbe raccogliere chi ama la giustizia.