la Redazione

Giorgio Vittadini, milanese, è Professore ordinario di Statistica Metodologica presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e direttore scientifico del Consorzio Interuniversitario Scuola per lAlta Formazione Nova Universitas. Inoltre, è fondatore e presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, un think tank nato nel 2002 con lo scopo di fare della cultura sussidiaria un valore condiviso. Nel 2005 ha ricevuto la Medaglia dOro della Commissione Nazionale per la Promozione della Cultura Italiana allEstero.

È possibile oggi una cultura della sussidiarietà in grado di risolvere problemi concreti del Paese?

Penso che sia impossibile risolvere i problemi del Paese senza la sussidiarietà, intesa come il fatto che non si può vivere “da soli”. Se le persone sono sole non hanno più coscienza di loro stesse. Questo lo capiamo, per esempio, dall’astensionismo e dal continuo cambiamento di voti che deriva da una mancanza di solidità. Da soli non si reggono il Covid, la crisi dell’energia, l’inflazione, la fragilità psicologica: occorrono luoghi in cui si possa vivere insieme ad altri. Prima ancora che un fatto politico, la sussidiarietà, intesa come l’esistenza di luoghi dove vivere una presenza comune, è una dimensione fondamentale per la persona. Lo Stato, da solo, non è in grado. D’altra parte, non è il privato a fine di lucro che può risolvere i problemi e i bisogni delle persone. Non spetta al mercato. Viene fuori così un terzo pilastro: le realtà di comunità , in cui l’uomo viene educato a non essere solo, sono fondamentali per risolvere anche i bisogni sociali. Senza questo pilastro il sistema Paese non si può reggere. Questa è la situazione attuale. C’è bisogno di una collaborazione tra Stato e realtà che provengono dalla gente. Questa collaborazione si chiama sussidiarietà.

Come unire e connettere in modo organico le realtà del Terzo Settore?

Il terzo settore deve crescere, non può essere debole e senza struttura. Deve avere un’organizzazione precisa e funzionale. Se si considera il terzo settore solo come la parte “debole” allora è inutile. Persino il volontariato deve essere organizzato e avere una managerialità, come dimostra l’esperienza, ad esempio, del Meeting di Rimini: 3000 volontari che collaborano senza perdere tempo, organizzati e guidati. Il terzo settore, come tutto, richiede professionalità, sviluppo, intelligenza e capacità. Deve essere adeguato ai tempi. Non può più essere solo il ragazzo che aiuta gli anziani ad attraversare la strada. Dobbiamo uscire da degli stereotipi nei quali il terzo settore è una marginalità. Come dice la Sentenza 131 del 2020 della Corte Costituzionale, senza co-progettare insieme alle realtà del terzo settore non riusciamo a capire neanche quali sono i bisogni a cui serve rispondere. In questo modo, anche lo Stato può recuperare un ruolo da protagonista: non sostituendosi alle realtà virtuose ma capacitandole , così da contribuire al bene pubblico. Nel ‘97 curai un libro, Il non profit dimezzato, che criticava l’idea che chi si occupava di non-profit non doveva avere organizzazione. In quel libro, con altri autori, affermavo che ci vuole un non-profit vero e proprio. In passato si diceva “più società, meno Stato”, perché c’era l’idea che le realtà non-profit dovessero sostituire lo Stato. Oggi, alla luce della crisi odierna, non possiamo stare senza Stato. Allora si può dire: “più società, più Stato giusto” rafforzando un principio di collaborazione volta al bene comune.

Lei lavora in università, quali sono i desideri che vede nei giovani? Quali ostacoli invece devono affrontare? 

I giovani desiderano avere una vita piena: sposarsi, avere una famiglia, lavorare. Avere una vita che non sia marginale. Ma questo è un paese per vecchi e le opportunità non ci sono. Ci sono tre grandi questioni. Primo, la precarietà può durare nel tempo, gli stipendi sono bassi. Secondo, avere una casa e una stabilità è molto più difficile di quello che era anni fa. Terzo, e questo è un problema di ordine affettivo, anche i legami stabili che costruiscono una vita sono più difficili, e quindi anche avere dei figli è più difficoltoso. Questi però sono i desideri dei giovani. Non dobbiamo sostituirli, ma dobbiamo aiutare i loro desideri a esistere. In primis, dando loro speranza e fiducia. Blangiardo, presidente dell’ISTAT, a lato di un incontro al Meeting di Rimini, mi ha detto che, nonostante i problemi economici, il popolo del Meeting continua a fare figli perché ha una speranza, ha una visione ideale. Accanto all’educazione all’ideale, però, ci deve essere un’attività di supporto, che significa predisporre strumenti (aiuti, bonus, investimenti, etc…) affinché ognuno possa realizzare quello che desidera. In Germania, per il lavoro dei giovani si investe molto sul contratto di apprendistato che mette insieme formazione e lavoro. Se però da noi le risorse vengono investite soltanto in pensioni non possono essere investite in questo tipo di strumenti. Così facendo si sceglie di aiutare gli anziani e non le nuove generazioni. Guardando al mondo delle imprese, in Italia ci sono due tipi di aziende: quelle che stanno decollando e quelle che rischiano di morire. Le prime hanno capito che il problema non è di costi, ma di ricavi, che si ottengono aumentando la qualità tramite una serie di investimenti sui giovani. Le altre, invece, provano ad abbassare i costi, ad esempio pagando poco i laureati, ma poi muoiono. Non è una questione di essere buoni coi giovani, ma di capire quello che serve per sopravvivere. Per realizzare prodotti di qualità occorre sapere le lingue, fare il controllo di qualità, saper viaggiare, questo si può realizzare investendo su personale di livello. Se fai così, aumenti il fatturato e reggi. Se non investi, muori. Il tema è investire sulle nuove generazioni, anche aiutati dallo Stato, per reggere una competizione globale. Deve essere un investimento sul capitale umano e sulle character skills: non bastano le nozioni, occorre un persona che sappia avere rapporti, stare al mondo. Questa è una rivoluzione.

Come può un uomo di fede contribuire alla società? Quale ruolo e quale compito per i cattolici in politica? 

La fede, per come l’ho imparata da Don Giussani, è il riconoscimento di una presenza eccezionale che c’entra con il destino. È qualcosa che nasce dalla corrispondenza e dallo stupore, non dalla morale. Lo stupore vuol dire il desiderio: un uomo contribuisce alla società se vive il suo desiderio fino in fondo. Se non hai il desiderio, la tua fede è morta. Il desiderio, diceva sempre Giussani, “mette in moto il motore”. La fede c’è se c’è questo desiderio che, riconoscendo una presenza eccezionale, ti fa vedere anche tutto ciò che di bello è nella realtà. Questa presenza ti dà forza, intelligenza e capacità di agire. Ma questo lo vivi, non ripetendo incessantemente che hai fede, ma mostrando una diversità umana, un entusiasmo, che diventa anche ricerca di una comunità. La fede vuol dire non da soli, ma insieme: un corpo intermedio che vive. È un implicito attraverso cui io posso contribuire al bene del mondo, perché mi spinge a riconoscere ciò che è vero. Veniamo alla politica. In un’intervista del 1992, a Lourdes, Giussani disse, rispondendo ad una domanda precisa di Gianluigi Da Rold del Corriere, che preferirebbe Presidenti del Consiglio non cattolici se questi sono più in grado di rispondere ai problemi della gente. Eravamo nell’epoca della DC, era uno scandalo. In altre parole, io, cattolico, in politica posso contribuire grazie all’entusiasmo e alla presenza cattolica di cui si parlava prima. Ma può anche darsi che un laico lo possa vivere di più. Questo vuol dire che il cattolico può contribuire alla politica non se fa il suo partitino, ma se contribuisce a valorizzare il desiderio della gente. Oggi tutti, anche i commentatori laici, continuano a parlare del “partito dei cattolici”. Ma il vero problema è quanto un cattolico, insieme ai laici, possa costruire dei luoghi di verità e di vita. Durante la prima repubblica la DC era tutto il contrario di tutto: c’erano democristiani come De Gasperi, che hanno contribuito al bene comune, e altri che hanno fatto altro. Io sono giudicato dalla politica in base a quanto realizzo. È vero che, come fedele, ho potenzialmente una marcia in più, ma bisogna vedere se la uso. Quante volte ho visto sostituire la presenza con il potere, la voglia di servire con il potere. Oggi la politica del cattolico è la capacità di vivere i luoghi che rispondono ai bisogni delle persone e di valorizzarli, non necessariamente in formazioni cattoliche. L’appartenenza si capisce dalla testimonianza.

Ricorre questo mese il centesimo anniversario della nascita di Don Giussani. Lei lo ha conosciuto, cosa direbbe ai giovani e ai cristiani di oggi?

C’è una famosa intervista in cui Giussani, alla domanda “perché la gente la segue?, risponde “perché io credo. Giussani ti dà la voglia di vivere, di affrontare la realtà. Usava spesso questa frase, che è vertiginosa, “vivere intensamente il reale”. Così lui ha insegnato a me e a tanti altri che la realtà, quella dura e pura, è il luogo in cui si vive. Non vivere in una realtà diversa, alternativa. No. Il tuo lavoro, la tua vocazione, la donna o l’uomo che ami, gli amici che hai, le fatiche da affrontare, il caro energia, la guerra in Ucraina. Questo è il punto. E non solo: Giussani dice anche che dentro di te c’è l’energia per viverlo. Secondo me la cosa unica di Giussani, che ancora sarà da capire, è l’idea di esperienza. Il mio io, il mio cuore, la mia persona è capace di conoscere ciò che è vero e di costruire una vita piena. Questo è fondamentale, è come riportare un patrimonio del mondo protestante nel cattolicesimo. Il mio “io”, come il tuo “io”, è il punto in cui si gioca tutto. Ogni uomo, quindi, vale. Non ci sono più il potente e il ladro. Questo è un messaggio rivoluzionario, è un messaggio moderno, che parla a qualunque giovane. Dire “io ti voglio aiutare a vivere fino in fondo quello in cui tu credi, non quello che ti dico io”, questo è il messaggio che uno vuole avere, perché ciascuno, come dicevamo prima, vuole avere la forza per vivere, fino in fondo, sé stesso.