Matteo Marcaccio

 

Anna Finocchiaro è originaria di Modica, dopo la laurea in Giurisprudenza, nel 1981 diventa funzionaria alla Banca d’Italia. Dal 1982 al 1985 è pretore a Leonforte e sostituto procuratore per il tribunale di Catania fino al 1987. È stata la prima ministra al Ministero delle Pari opportunità nel Governo Prodi I, poi ministra dei rapporti con il Parlamento nel Governo Gentiloni. Dal 2006 al 2013 è stata la prima donna a presiedere un gruppo parlamentare durante due legislature. Ha presieduto la Commissione giustizia della Camera dei Deputati e quella degli Affari Costituzionali del Senato della Repubblica dove è nata la riforma costituzionale del 2016. Attualmente presiede la fondazione “Italiadecide”, che ha come obiettivo quello di mettere a punto proposte per migliorare il funzionamento dei processi di governo e delle politiche pubbliche.

 

Presidente Finocchiaro grazie per la sua disponibilità. Insieme a Lei vorremmo riportare alla luce le riforme costituzionali dimenticate. Come Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato aveva fatto un lavoro silenzioso e decisivo prima del referendum del 2016. A quale punto siamo?

A me pare che lo sviluppo del dibattito sulle riforme abbia preso un’altra strada: prima la riduzione del numero dei parlamentari a sistema invariato, poi un’ulteriore omogeneizzazione delle due Camere con il riconoscimento dell’elettorato attivo ai diciottenni anche per il Senato e, in prospettiva, l’abolizione dell’elezione del Senato su base regionale. Ricordo che la differenza di età nell’elettorato attivo (ma anche in quello passivo, che permane) e l’elezione su base regionale della seconda Camera vennero considerati, all’epoca del dibattito in Costituente, correttivi necessari a giustificazione di un bicameralismo perfetto che suscitava esplicite perplessità già all’indomani dell’entrata in vigore della Costituzione e tra gli stessi costituenti. Meuccio Ruini, che pure aveva presieduto la Commissione dei 75, usò l’espressione “mostro Senato” per segnalare i limiti dell’impianto bicamerale del nostro sistema. Oggi il legislatore costituente ha deciso di passare da un sistema bicamerale perfetto (un unicum nel panorama delle democrazie europee) ad un sistema bicamerale perfettissimo, ma, ed è un punto centrale, portando a duecento componenti il numero dei senatori. Ciò significa che, anche in ragione della frammentazione del nostro sistema politico, nonché per le diversità territoriali che compongono il nostro Paese, si prospetta il rischio di un deficit di rappresentanza politica e territoriale in quel ramo del Parlamento. Sarà arduo lo studio di una legge elettorale che lo contrasti. Così come sarà assai difficile garantire funzionalità e tempestività dei lavori parlamentari. C’è da augurarsi una riforma dei regolamenti parlamentari che affronti la questione seriamente. È mia personale opinione che le riforme finora approvate non abbiano colto nessuno dei punti critici nel funzionamento del Parlamento, settanta anni dall’entrata in vigore della Costituzione. Invece, ci sono stati grandi mutamenti nel panorama istituzionale e costituzionale. Ne cito solo uno, il più evidente: oggi il Parlamento nazionale non ha più l’esclusiva della funzione legislativa, le Regioni e le istituzioni comunitarie contribuiscono in gran parte alla continua costruzione e ridefinizione delle regole del nostro ordinamento.

 

Secondo Lei, con il senno di poi, il referendum del 2016 avrebbe aiutato il sistema a rigenerarsi? Per quali ragioni è stata così osteggiata e cosa aveva di buono quella riforma?

La riforma del 2016 aboliva il bicameralismo perfetto provando a rispondere a tre questioni che ritengo essere ancora centrali: garantire efficacia e tempestività nell’esercizio della funzione legislativa, confermare il ruolo del Parlamento e contrastare l’eccessivo ricorso ai decreti-legge e ai voti di fiducia. Per raggiungere questi fini oggi si ricorre al c.d. monocameralismo di fatto, vale a dire alla discussione di un provvedimento solo in un ramo del Parlamento, mentre all’altro ramo rimane un compito di mera ratifica, spesso ottenuta con un voto di fiducia su di un testo “blindato”. In secondo luogo, occorre dare rappresentanza alle istituzioni territoriali, che sono le vere protagoniste della scena politica e istituzionale. Per farlo, si deve trasformare il Senato in “Camera delle Regioni”, come avrebbe voluto Nilde Jotti: risolvendo il perdurante conflitto tra Stato e Regioni causato dalla riforma del titolo V e ripensando il Senato come luogo di monitoraggio degli effetti delle politiche europee sui territori. Infine, rafforzare la stabilità affidando alla sola Camera dei Deputati il voto di fiducia.

 

Parliamo di un’altra riforma, quella del taglio dei parlamentari, promossa dal M5S e poi approvata dai cittadini. Non è stata una riforma organica del sistema, ma un taglio lineare dei parlamentari. Tra l’altro, il Paese aspetta una legge elettorale che dovrebbe “correggerne” le tante storture. In riferimento a questa riforma, Lei ha affermato che la Costituzione “take away” non può funzionare. Quale differenza c’è con quella precedente? Come si può rimediare a questa stortura?

Si, è stato un taglio lineare. Disconnesso da un’idea generale di riforma del sistema. La ragione per la quale si sia arrivati a fissare a 200 il numero di senatori è imperscrutabile. Chi conosce il lavoro parlamentare e lo ha direttamente vissuto, non può non rendersi conto di quanto inciderà sulla qualità del “prodotto legislativo”. Ciascun senatore si troverà a dover partecipare a più commissioni e questo aspetto non snellirà i lavori, ma anzi impedirà di curare l’approfondimento e la proposta in settori e materie diversi tra loro. Un grande ruolo, a questo punto, assumono i regolamenti parlamentari se non si saranno ulteriormente differenziate le funzioni tra Camera e Senato – decisione, a mio avviso, necessaria. Occorrerà rafforzare le occasioni di lavoro comune delle due Camere, specie nella fase istruttoria dei singoli provvedimenti, e introdurre il “voto a data certa” per i disegni di legge governativi per disincentivare il ricorso al decreto-legge.

 

Il ruolo del Parlamento sembra imploso, eppure l’Italia è una Repubblica parlamentare. Da quando il presidente Berlusconi lo ha definito “un grande cortile dove si fa gossip”, fino al M5S con Grillo che lo considera “un ritrovo di disonesti da aprire come una scatoletta di tonno”, è in corso una pesante opera di delegittimazione. Lei che lo ha vissuto e ne è stata protagonista quale posizione ha?

Io sono convinta che le istituzioni educhino, e l’evoluzione di una forza antisistema, come il M5S, lo dimostra. Mi sembrerebbe difficile rintracciare oggi, tra i parlamentari di quel movimento, chi ancora ritenga il Parlamento un luogo di malaffare da aprire “come una scatoletta di tonno”. Restano scorie in circolo, bisogna combatterle.

 

Nessuno ha la sfera di cristallo, ma come prevede si assesterà il nostro sistema? E cosa direbbe ai giovani, sempre più disaffezionati alla politica?

Sono convinta, nonostante le riforme appena approvate, che si vada verso il monocameralismo, proprio perché si è lavorato per rendere sempre più simili le due Camere. Niente di male. L’importante è che resti tutelata la cifra costituzionale di un sistema che vede nel Parlamento, e dunque nella rappresentanza, il suo centro. Ai giovani dico di non dubitare di se stessi, l’evoluzione delle forme della democrazia non devono spaventare. Il mondo cambia ed è giusto che le istituzioni si adeguino al cambiamento per preservare il “nocciolo duro”, costituito dal principio di rappresentanza e dal catalogo dei diritti impressi nella prima parte della Costituzione. Quello che raccomando, come sempre, è che prendano sul serio se stessi, si impegnino nello studio e nella riflessione per acquisire tutti gli elementi di conoscenza che consentiranno loro di decidere consapevolmente e responsabilmente delle sorti del proprio Paese.