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Editoriale

Scuola e abbandoni: serve una rivoluzione gentile

Con l’inizio dell’anno scolastico si sono riaccesi i riflettori su un tema che per l’Italia rischia di diventare un destino irreversibile: l’abbandono scolastico. “Le fondamenta di ogni Stato sono l’istruzione dei suoi giovani”, diceva il filosofo greco Diogene di Sinope già nel IV secolo a. C., riconoscendo come un’istituzione che non investe nell’educazione e nella formazione delle nuove generazioni è destinata a rimanere senza radici che sorreggono l’albero, lasciando appassire la sua chioma e impedendogli di dare frutto.

Il Congresso di Comunità di Connessioni

 “Ciò che non rigenera, degenera” (Edgar Morin). Per rigenerare, dobbiamo aver chiaro chi vogliamo diventare. E’ questa la domanda che ci siamo posti in questo momento di condivisione: chi vogliamo essere? Le strade sembrano due. La prima è quella dei “sì” e quella del "no".

La formazione come azione politica

Il 9 – 11 settembre, per il secondo anno consecutivo ci incontreremo a Monterosso, al Santuario di Nostra Signora di Soviore, per il congresso annuale. Momento di sintesi, di bilanci e di ripartenza verso un nuovo anno, consci delle sfide che ci aspettano e della responsabilità che soprattutto ai giovani è stata affidata dalle istituzioni. Del resto, come diceva Aldo Moro, “per fare le cose ci vuole il tempo che ci vuole”.

Perché eleggere chi si impegna per il futuro dei giovani

Ci sono almeno tre regole che bisognerebbe tenere in mente mentre si cerca di capire la realtà che emerge in queste settimane pre-elettorali. Sono regole che conosciamo più o meno tutti, spesso inapplicate per malavoglia o, in alcuni casi, per profondi pregiudizi ideologici. Sono regole che si rifanno anche all’insegnamento di Papa Francesco. Facciamo un esempio, focalizzando l’attenzione su un valore che si può considerare valore comune, in relazione al quale la priorità è quasi scontata (o dovrebbe esserlo) e in ragione del quale le divisioni sui mezzi per raggiungere il fine potrebbero essere enormi: il futuro dei giovani

Il voto moderato dei cattolici. Il centro come metodo e prospettiva politica

Durante un agosto rovente e pieno di nubifragi, si stanno chiudendo le liste elettorali e intanto il 25 settembre, giorno delle elezioni, si fa sempre più vicino. I nodi venuti al pettine hanno stupito l’opinione pubblica, ma era tutto già scritto: una legge elettorale inadeguata, la riduzione dei parlamentari, la scelta dei candidati da parte dei segretari di partito, i conflitti interni ai partiti, le esclusioni eclatanti da gestire e l’imposizione di candidati lontani dai territori in cui dovranno farsi eleggere.

L’urgenza dell’impegno

Una campagna elettorale di un mese, ad agosto, nella storia della Repubblica non si è mai vista. Le elezioni non si tenevano in autunno in Italia dal 1919. In questi poco più di 100 anni sembra che l’Italia sia tornata al punto di partenza. Dopo il voto i partiti saranno piuttosto vincolati dalle strategie parlamentari che sceglieranno di perseguire e lo saranno molto meno dai programmi, che sono atti di indirizzo. È evidente che le coalizioni in cui si presenta l’offerta politica sono scomponibili in Parlamento. Adesso è il momento di presentare un’offerta realistica e personale politico all’altezza della complessità della politica, in grado cioè di fare mediazione nell’interesse superiore della collettività.

In cammino verso le elezioni. Cinque punti all’ordine del giorno

Per la prima volta da decenni, il nostro Paese si era dotato di un piano di riforme pluriennale (contenute nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e delle competenze necessarie per realizzarlo. L’attuale Parlamento e il Governo Draghi sono riusciti a raggiungere i primi obiettivi fissati nel PNRR, facendo ottenere all’Italia la seconda tranche di finanziamenti europei lo scorso giugno, ma Il cammino delle riforme al cui raggiungimento è subordinato il disborso degli ulteriori fondi targati UE, ha subito una battuta d’arresto. In vista delle elezioni del 25 settembre, verifichiamo cinque punti sui quali il dibattito pubblico dovrebbe concentrarsi e sui quali chi si candida alla guida del Paese dovrebbe provare a offrire risposte.

L’Europa e l’atlantismo: un ricorso storico

Dallo scoppio del conflitto russo in Ucraina stanno tornado alla ribalta concetti e parole che non si sentivano da tempo nella scena politica nazionale e internazionale. Dal secondo dopoguerra fino alla caduta del regime sovietico, la teoria dei blocchi contrapposti, la minaccia sovietica e l’atlantismo hanno ricoperto un ruolo centrale nella determinazione delle scelte politiche, economiche e sociali europee.

Il sacrificio di Draghi e il nuovo quadro politico

Mario Draghi non è più il Presidente del Consiglio. L’escalation ha lasciato sbigottiti gli osservatori internazionali: Conte ha aperto la crisi, Salvini l’ha cavalcata, Meloni l’ha capitalizzata e Berlusconi l’ha avvallata, svuotando per sempre le attese moderate e liberali di cui Forza Italia era portatrice. È stato sacrificato così Mario Draghi, il presidente riformatore che, nei suoi 523 giorni di governo, ha svolto il ruolo di garante del Paese grazie a tre caratteristiche determinanti: credibilità, competenza e rigore morale.

Salario minimo e lavoro povero. Evitare le norme “simbolo”

Nella conferenza stampa del 12 luglio, prima dell’inaspettata e fulminea caduta del governo, il Presidente Draghi e il Ministro del lavoro Orlando hanno presentato i contenuti della mediazione in materia di salario minimo che è stata raggiunta, da una parte, con CGIL, CISL, UIL, organizzazioni datoriali, e, dall’altra, con i partiti della allora coalizione. È stata una mediazione complicata.

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