Sui beni “veramente” comuni

di Stefano Cherti*

 

Negli ultimi anni, non solo in Italia, si è assistito ad un crescente dibattito sui beni comuni; molto spesso la discussione è stata alimentata da situazioni di abbandono di luoghi di particolare interesse storico-artistico-paesaggistico da parte della pubblica amministrazione. In queste situazioni non sono mancati movimenti di cittadini che per far fronte alle carenze dello Stato hanno iniziato a gestire e prendersi cura di questi beni, alimentando in questo modo un fiorire di teorie intorno ai beni comuni. Il tutto per ottenere un riconoscimento, in punto di diritto, della nuova situazione che si veniva piano piano a creare.

 

Ebbene, senza nulla togliere a queste lodevoli iniziative, se si volge lo sguardo allo sviluppo degli ordinamenti giuridici occidentali dalla rivoluzione francese in poi si possono forse considerare quali “beni veramente comuni” quei principii che, al di là delle forme di Stato che si sono andate via via cristallizzando nei diversi Paesi occidentali, rappresentano la migliore tutela oggi ottenibile da ogni singolo cittadino. Il riferimento è senza dubbio al principio di uguaglianza, al principio di non discriminazione e a quello di parità di trattamento.

 

Cosa volere di più quando in un ordinamento tutti i cittadini sono posti allo stesso punto di partenza, hanno le medesime opportunità e possono godere, tutti alla pari, dei medesimi diritti? E, quand’anche si dovessero verificare situazioni di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza, impedendo che esse siano effettive, avere degli strumenti forti ed incondizionati per eliminare ogni ostacolo in tal senso?

 

Quanto al principio di non discriminazione basterebbe ricordare la formulazione dell’art. 14 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (la c.d. CEDU) per riflettere sulla profondità e la ricchezza delle tutele oggi assegnate ad ogni persona. Quanta forza, quando ci viene assicurato di poter vivere «senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere». Per finire con la parità di trattamento, di modo che individui che si trovano in situazioni analoghe sono sicuri di poter ricevere un trattamento simile e sanno di non poter essere trattati in modo meno favorevole semplicemente a causa di particolari caratteristiche (come ad es. la razza o il sesso).

 

Troppo frettolosamente si danno per acquisiti diritti e tutele, dimenticando quant’è stato faticoso raggiungerli; un percorso fatto di battaglie, resistenze, antagonismi. Se solo ci si fermasse a riflettere si capirebbe che oggi uguaglianza, non discriminazione e parità di trattamento sono i migliori pilastri su cui costruire una casa comune, al di là dei singoli confini nazionali. Sono beni veramente comuni che costituiscono un bagaglio di tutele che non dovrebbe, né potrebbe, più essere messo in discussione a garanzia di ogni singolo: nessuna legge e nessun atto dell’autorità risulterebbe legittimo se contrario ai principii di uguaglianza, non discriminazione e parità di trattamento.

Dunque, dobbiamo voler bene alle nostre piazze e ai nostri giardini, dobbiamo continuare a manutenere i nostri teatri, ma dobbiamo anche fare nostri in maniera indelebile quei principii di diritto, beni comuni di tutti i cittadini, che non smettono di farci crescere e sono il migliore rimedio contro l’ingiustizia e la prevaricazione.

Non si può dare per scontato che tutto ciò che si è andato acquisendo sia “per sempre”: vigilantibus non dormientibus iura succurrunt.

 

 

*professore di diritto civile II e Istituzioni di diritto privato nell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale

stefanocherti@gmail.com