Quale ruolo per i comuni nella Fase Tre?

di Luca Masneri*

 

 

 

Superata ormai la Fase Uno (lockdown) ed apprestandoci ad entrare nella Fase Due (parziale liberazione), appare ora urgente progettare la Fase Tre, ossia quella del rilancio economico del Paese.

L’Avvenire del 18 aprile pubblicava l’Appello della società civile per la ricostruzione di un Welfare a misura di persone e territori. L’appello, redatto dai principali soggetti impegnati nella realtà sociale italiana, sottolinea la centralità che dovranno rivestire i territori nella difficile fase della ripartenza, suggerendo un approccio bottom-up nell’elaborazione di piani strategici che vedano la loro genesi a livello comunale.

 

In seguito alla crisi economica del 2008 abbiamo assistito a una progressiva compressione delle autonomie in ragione della severità della crisi economica[1], accompagnata da un <<accentramento senza disegno>>[2] e dal ritorno a forme di finanza derivata che hanno indebolito la capacità di intervento dei comuni italiani in risposta ai bisogni dei territori. Tuttavia appare necessario mobilitare tutte le risorse disponibili per sostenere il tessuto economico del nostro Paese, nel difficile contesto attuale. Lo stato e le regioni, non possono rispondere a tutte le esigenze di rilancio economico del Paese.

 

Esistono infatti una miriade di piccole attività commerciali e di imprese artigiane, la risposta alle quali può arrivare solo dal livello comunale. Tale risultato si può ottenere in primo luogo consentendo ai comuni di poter rinegoziare il proprio indebitamento, con l’obiettivo di ridurre i tassi di interesse e di allungare i piani di ammortamento. Questo produrrebbe risorse immediatamente disponibili per nuovi investimenti. Inoltre, la sospensione del codice degli appalti, senza per questo rinunciare a procedure di evidenza pubblica, ridurrebbe il tempo di impiego delle suddette risorse.

 

Questi due semplici provvedimenti potrebbero consentire agli 8000 comuni italiani di sbloccare opere pubbliche per svariati miliardi di Euro, con l’indubbio beneficio, non solo di irrobustire la dotazione infrastrutturale dei territori, ma anche di iniettare liquidità a livello locale sostenendo le piccole imprese edili e quella rete di artigiani e commercianti che ruota attorno ad esse. Oggi più che mai appare necessario tornare a riaffermare il <<principio della vitalità organica del comune, come ente naturale e non artificiale, anteriore allo stato nella sua genesi>>[3], principio questo contenuto nel Programma dei Consiglieri Cattolici Siciliani, elaborato da Don Luigi Sturzo nel 1902. La crisi economica e sociale non potrà essere vinta con formule di neostatalismo o di regionalismo, bisogna ripartire dai territori.

 

 

*imprenditore e Sindaco di Edolo (BS)

luca.masneri@comune.edolo.bs.it

 

 

[1] A. Pajno, Luigi Sturzo e gli enti locali, in Il Municipalismo di Luigi Sturzo, Bologna, il Mulino, 2019, p.27.

[2] M.Cammelli, L’amministrazione in torsione, in L’amministrazione che cambia. Fonti, regole, percorsi di una nuova stagione di riforme, Bologna, Bup, 2016, p.372.

[3] L.Sturzo, Programma Municipale, in La Regione nella Nazione, Soveria Mannelli, Rubettino, 2007, p.142.