di Fabrizio Urbani Neri

Che cos’è la politica? Ne esiste una definizione unica? Risposta non facile perché, in realtà, facciamo esperienza dell’intreccio della politica con altre categorie, che danno di volta in volta senso e compiutezza all’agire politico.

La politica, infatti, ha a che fare col conflitto perché è un modo di risoluzione pacifica dei conflitti sociali. Con l’ordine, perché il fare politica si realizza attraverso forme ordinate di organizzazione, quali le istituzioni (ad esempio il Parlamento) o le associazioni (i partiti). Con il potere, perché essa è modificazione della realtà esterna, basata sull’esercizio della forza, consapevolmente assunta da chi governa un popolo, per il raggiungimento di un determinato scopo (ad esempio, l’indipendenza energetica o la regolazione dei flussi migratori). Con la forma, perché essa vive attraverso la forma di governo data (monarchia, repubblica, oligarchia, democrazia). Con la legittimità, laddove la politica tende a far riconoscere l’ordinamento politico all’interno, dai consociati, o all’esterno, da altri ordinamenti. Con il consenso, perché la politica è ricerca del consenso e rappresentanza delle istanze degli elettori, con la produzione e allocazione delle risorse, organizzate praticamente e pensate teoricamente (ad esempio, dalla tassazione alle politiche sanitarie, dalla politica economica alle politiche industriali e ambientali).

Appare indubbio, tuttavia, come la politica venga percepita nella sua concreta quotidianità ed a qualsiasi livello (locale, nazionale, internazionale) come pratica di potere e, perciò, scelta di priorità.

L’evoluzione storica della politica, a partire dall’antica Grecia, si biforca nel concreto dilemma se la politica sia ricerca del bene oppure esercizio del potere per il potere. Appartiene sicuramente al primo indirizzo la concezione della politica della dottrina sociale della Chiesa, per la quale il bene comune è la ragion d’essere dell’autorità politica ed “il fine della vita sociale è il bene comune storicamente realizzabile (Leone XIII, Rerum novarum, 133). Il secondo indirizzo è una derivazione della separazione della politica dalla morale e giunge a noi quale conseguenza del nichilismo del Novecento.

Secondo Max Weber, la politica va esercitata come una professione, fondata su una propria “etica della responsabilità” e non più su una morale esterna, assoluta ed oggettiva, come similmente accade per le altre scienze umane (ad esempio il diritto o la medicina).

Tuttavia, la netta separazione tra politica e morale ha finito col privare di senso il politique politicienne, riducendo l’agire politico ad una “gestione senza visione”. Se tale è il contesto, non sorprende che il politico contemporaneo sia mosso da narcisistica brama di potere, sganciata da ogni finalità di bene comune.

Taluni, persino, parlano al riguardo di “morte della politica”, caratterizzata da una crescente dipendenza della politica degli Stati da organismi sovranazionali e, soprattutto, dai mercati economici e finanziari globali, nonché, non ultimo, dalla marcata disaffezione dei cittadini per la politica, con inedite punte di astensione nelle tornate di voto elettorale.

Contro questo spostamento di senso, la filosofia della politica propone nell’attualità, con Roberto Esposito, di ridefinire lo spazio dell’azione politica nella categoria dell’“impolitico”. Da non confondere con l’antipolitica, che è azzeramento delle istituzioni e dei partiti politici, oltre che rifiuto della politica come professione ed esercizio della competenza, l’impolitico è tutto quanto è intorno e a latere della politica. Ne costituisce il limite esterno, l’autoriduzione del potere nell’ambito della soglia della sostenibilità (ne sono esempi il potere diffuso o l’impersonalità dei beni pubblici).

Solo contenendo in sé la volontà di potenza ed esercitando la politica intesa come “sovranità della sovranità” il politico può riuscire nel compito di governare con equilibrio ed, al contempo, connettersi spiritualmente all’ascolto dell’Altro-che-chiede-giustizia.

Così da realizzare infine, come nel motto che Pio XI coniò per primo, “la piu alta forma di carità”.