L’uomo e il mondo in comunione

di Tommaso Galeotto*

 

Tommaso Galeotto

L’uomo e il mondo in comunione

 

Una delle caratteristiche della filosofia è quella di delineare orizzonti narrativi che possano comprendere e raccontare l’uomo, il mondo in cui vive e quale fine abbiano le sue attività all’interno di esso. Questo risulta decisivo per ciò su cui papa Francesco ci invita a riflettere oggi con l’enciclica Laudato si’. Il significato che assumono i concetti di attività economica, di ambiente e di sviluppo sostenibile pongono l’uomo e il suo mondo in comunione. Questi due elementi, infatti, non possono essere concepiti come monadi isolate ed indipendenti l’una dall’altra, bensì vanno inseriti in un orizzonte di narrazione comune per cui il destino dell’uomo dipende anche dal destino dell’ambiente in cui vive.

 

Due grandi filosofi del ‘900, prima Martin Heidegger e poi in maniera ancor più radicale Jan Patočka, ponevano come punto fondamentale della loro filosofia la concezione dell’uomo e delle sue attività (dunque anche quelle economiche) non come esterne e distaccate dal mondo, bensì come profondamente radicate e inevitabilmente legate ad esso. Poiché la nostra esistenza si dispiega all’interno del mondo, tutto ciò che noi facciamo nella nostra vita ordinaria, ogni nostro agire come singolo o come comunità incide su di esso. Non vi sono attività indipendenti dall’ambiente in cui viviamo, questi due livelli si contaminano continuamente.

 

Pertanto, ciò deve interrogarci sull’uso che noi facciamo del mondo e della concezione che quotidianamente ne abbiamo. Guido Chelazzi, nel suo affascinante libro L’impronta originale. Storia naturale della colpa ecologica, ci mostra come, lungo tutto il processo evolutivo di Homo Sapiens, le attività tecniche ed economico-sociali che l’uomo ha sviluppato, e che ci hanno portato al mondo di oggi, hanno avuto un forte impatto sull’ecosistema, modificando radicalmente il nostro ruolo all’interno di esso. La Rivoluzione Neolitica, che ha visto la sua prima comparsa nel X millennio a.C. nell’area della Mezzaluna Fertile, ne è una prova, poiché ci ha permesso di sviluppare un sistema abitativo ed economico-sociale stabile e stanziale.

 

Inoltre, ha radicalmente modificato il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, ponendo il primo non più in una posizione passiva di consumo delle risorse, bensì in una posizione attiva di produzione di ciò che serviva ad alimentare la popolazione e il suo sistema economico sociale (agricoltura, allevamento animale…). Il termine “nicchia ecologica” si riferisce proprio al modo in cui una specie utilizza le risorse dell’habitat in cui vive.

 

Questo lento e continuo progredire dei sistemi produttivi ed economicosociali, che hanno visto con la nascita dell’agricoltura una svolta decisiva per lo stile di vita di Homo Sapiens, ci ha portato ai giorni della Rivoluzione Industriale e al mondo d’oggi, dove l’utilizzo delle risorse attraverso determinati modelli produttivi ha visto una notevole accelerazione. Potremmo addirittura affermare che le prime città sorte nella Mezzaluna Fertile, quelle che hanno dato il via a un nuovo modello di vita stanziale e di consumo delle risorse non più passivo, non siano poi così lontane, almeno in linea teorica, dalle grandi metropoli di oggi. Queste ultime, infatti, non sono altro che dei grandi centri abitativi, di lavoro e di consumo di ciò che produciamo all’interno e al di fuori di esse.

 

Tale modello è ciò che nel X millennio a.C. ha preso vita in quelle città del Medio Oriente, seppur in versione arcaica. Ovviamente, questo ha rappresentato per l’uomo una grande conquista attraverso la quale ha potuto sostenere una progressiva crescita demografica nel corso della sua storia e un miglioramento continuo della qualità della propria vita, almeno nelle aree più sviluppate. Tale giusto orgoglio per aver raggiunto uno sviluppo sociale, economico e culturale senza precedenti, non deve però esimerci dal guardare l’altro lato della medaglia, che ci pone di fronte all’evidenza di alcune ferite di cui non possiamo non prenderci cura, e che vede l’ambiente e tutte le sue componenti soffrire particolarmente.

 

Una nuova consapevolezza come antidoto all’indifferenza

 

Come dunque prendersi cura del mondo? Il cambiamento dev’essere innanzitutto umano, ancor prima che tecnico. Tutta l’enciclica di papa Francesco porta con sé un unico invito, che potremmo riassumere nella frase: “un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo” (Laudato Si’, 230). Ripensare il nostro rapporto con l’ambiente non comporta dunque la condanna del progresso tecnico e scientifico così incredibilmente conquistato dall’uomo, bensì la sua rilettura in chiave umana e per il bene dell’uomo stesso. Nelle parole del Papa si esprime una grande fiducia nell’agire umano, così che possa orientare la tecnica a favore del proprio bene e in contrasto alle ingiustizie e all’iniquità. Ciò che è in gioco è un radicale cambiamento antropologico che ci interpella come singoli e come comunità, senza che queste due possano essere slegate.

 

Una nuova consapevolezza dell’uomo, del proprio essere-nel-mondo e del suo esserne inevitabilmente legato, interpella innanzitutto il cambiamento personale di ognuno di noi. Se ciò non avviene, la cura per il pianeta e per noi stessi rimane solamente una regola imposta, magari efficace nei risultati ma sempre a rischio di rottura in quanto posta come un vincolo incompreso. Raggiungere questa consapevolezza è fondamentale e rappresenta l’antidoto ad una circolarità viziosa per la quale si trovano soluzioni ai problemi di oggi senza però intervenire alla radice di ciò che li ha causati, rischiando dunque di ritrovarsi con le stesse urgenze senza le soluzioni più adeguate. Sarebbe come sottoporre un paziente ad una lavanda gastrica dovuta alla esagerata assunzione di alcool senza spiegargli che essa è stata causata proprio da una cattiva abitudine del bere in maniera esagerata. Quella persona continuerebbe ad abusare di alcool senza realmente rendersi conto di come ciò sia nocivo per la sua salute. Non si tratta di criticare chi si gode un buon bicchiere di vino, bensì chi ne assume una quantità spropositata creando danno a sé e agli altri. Tali evidenze ci pongono di fronte a scelte da prendere e alla necessità di un radicale cambiamento del modo in cui usiamo le risorse e del mondo, e di come lo concepiamo.

 

Come ancora una volta ci ricorda il Papa, la resistenza ad attuare un cambiamento reale nei nostri usi e consumi va “dalla negazione del problema, all’indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche”. Necessariamente, ad una presa di consapevolezza come quella che abbiamo descritto deve seguire un agire.

 

Hannah Arendt (nella foto), nel suo capolavoro Vita Activa, ci insegna che “agendo e parlando gli uomini mostrano chi sono, rivelano attivamente l’unicità della loro identità”. Capiamo dunque che per l’uomo la parola e l’azione sono fondativi delle relazioni e del rapporto con l’ambiente in cui si muovono. L’agire come atto rivelativo dell’identità dell’uomo e come espressione della sua libertà dimostra che non vi sono processi irreversibili e che ogni cosa che si comincia può essere ripensata, modificata, riguadagnata. Ciò dev’essere vero anche per le nostre attività economico-produttive, le quali non vanno negate nella loro importanza e irrinunciabilità per la nostra sussistenza, ma vanno ripensate nel loro significato più originario al di fuori delle logiche di egoismo, violenza ed indifferenza.

 

Questo è lo spirito di ciò che troviamo nel rapporto Brundtland del 1987 a cura della Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, dove lo sviluppo sostenibile viene definito come “lo sviluppo che è in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente, senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri”. Qui si mostra evidente un approccio che non vuole attentare alla centralità dell’uomo nella scena mondiale, bensì inserirlo in una dimensione che vada aldilà dell’immediato presente e che sappia essere lungimirante, inclusiva e rispettosa per le generazioni che verranno ma anche per noi che viviamo questo tempo.

 

Mettersi al centro. Ma quale centro?

 

L’epoca che stiamo vivendo è stata definita “antropocene”. È l’epoca in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana, con particolare riferimento all’aumento delle concentrazioni di CO2 e CH4 nell’atmosfera (Treccani). Possiamo trarre alcune considerazioni antropologiche che, come già accennato prima, interrogano il ruolo che ci siamo guadagnati nella piramide ambientale da circa 11 mila anni fa fino ad oggi. Se i nostri sistemi produttivi e di consumo ci hanno portato ad un punto in cui iniziamo a renderci conto che il confine del limite non può più essere spostato tanto in là, forse conviene ripensare il nostro posizionamento all’interno della scala gerarchica ambientale.

 

Non si tratta di negare la centralità dell’uomo, bensì di riaffermarla in maniera generativa. Ed è in questa svolta che la filosofia può giocare un ruolo di grande utilità nella comprensione della nostra storia, della nostra evoluzione e del rapporto con l’ambiente. Essa ci aiuta a riflettere su questi elementi in una relazione di senso ed a riposizionarci nel mondo in maniera equilibrata.

 

Come fare ciò? Innanzitutto, il cambiamento deve partire da ognuno di noi e, di certo, le parole del Papa e l’evento di Assisi 2020 sono un’occasione di riflessione. Ci guidano in questo percorso di rigenerazione e rinnovamento dei nostri usi e consumi e del nostro concepirci come uomini all’interno di un mondo che ci è stato donato e che abbiamo il dovere di preservare prendendocene cura. Soltanto maturando questa consapevolezza di comunione con l’ambiente in cui viviamo possiamo abbandonare la logica dell’egoismo, dell’indifferenza e del consumo sfrenato, per poterci mettere davvero al centro, non in modo autoritario, bensì in maniera rispettosa, inclusiva e conveniente soprattutto per noi stessi. Questa è la narrazione che va raccontata e che deve ispirare le nostre azioni a livello sia personale che comunitario.

 

*studente di Scienze Filosofiche

tommaso.galeotto@gmail.com