L’umanità della relazione sanitaria per costruire le comunità

di Jacopo Giammatteo

 

L’enciclica Fratelli Tutti di Papa Francesco nel capitolo dedicato alla pandemia evidenzia come per affrontare il tema della sanità c’è la necessità di «pensare agli esseri umani, tutti, più che al beneficio di alcuni». Il Papa propone quindi un approccio comunitario che impone di riscrivere il popolare concetto di diritto alla salute, inteso dal paziente come “pretesa” della guarigione, senza mai riconoscere la fragilità della vita e l’imperfezione della scienza.

 

Questo approccio comunitario deve avere come fine ultimo quello di rinnovare l’alleanza tra gli operatori sanitari e i pazienti, basandola sulla condivisione del percorso terapeutico e sulla consapevolezza che, ora più di ieri, la medicina non è una scienza esatta e che non esistono cure miracolose. Un’alleanza che si trasforma in relazione, unendo la scienza e l’umanità, la quale vede da una parte la frustrazione di proporre cure non sempre risolutive ed efficaci, dall’altra la beata speranza rivolta verso il nuovo costituito dalla ricerca scientifica.

 

Una relazione che deve resistere alle sfide del tempo, alle paure e alle incertezze, senza cedere alla rischiosa seduzione di cercare sempre un colpevole per gli eventi irreversibili della vita e, allo stesso tempo, non deve dimenticare che le attività del medico impattano direttamente sui beni più importanti dell’uomo: la vita e la stabilità psichica.

 

Una relazione tra sanitari e pazienti che deve superare definitivamente il modello “paternalistico”, in cui il medico era il dominus della terapia e il paziente un mero esecutore, in luogo della condivisione terapeutica, in cui l’equipe sanitaria e il paziente si riconoscono ognuno nel suo ruolo. In sostanza deve essere superata l’intrinseca asimmetria che caratterizza il rapporto sanitari-paziente per passare a quello che i giuristi potrebbero definire un classico e perfetto rapporto negoziale tra le parti posto su un piano di parità ove vi è da un lato l’autonomia decisionale del paziente e dall’altro la competenza, l’autonomia professionale e la responsabilità del medico.

 

È proprio in virtù di questo modo di intendere tale relazione che è possibile proporre una lettura della legge n. 219/2017 che suggerisca come obiettivo, non solo sanitario ma anche sociale, quello dell’umanizzazione delle cure, attraverso cui la persona/paziente non è più il soggetto passivo dei trattamenti sanitari, ma diviene soggetto attivo in quanto integrato nell’intero percorso di cura[1]. Tale obiettivo deve essere raggiunto facilitando la conoscenza della legge e l’accesso amministrativo sia all’istituto della pianificazione anticipata delle cure, sia a quello delle disposizioni anticipate di trattamento, mettendo l’equipe sanitaria e i pazienti nelle condizioni di prevedere e concordare, per quanto possibile, tutte le fasi della cura.

 

Un’impostazione del percorso di cura di questo tipo contribuisce ad evitare due pericolose derive. La prima è l’oggettivazione del paziente, che lo trasforma nella sua malattia, rendendolo senza anima, e legando le cure alle sole performance medico sanitarie. La seconda è l’eccessiva soggettivazione del percorso di cura: infatti nel paziente, a cui è data la possibilità di decidere autonomamente del suo futuro attraverso la Legge n. 2019/2017, può instillarsi l’illusione di poter gestire totalmente la propria esistenza senza il necessario supporto della scienza e dei sanitari. Considerando, invece, l’umanizzazione delle cure, come un “percorso comunitario” da una parte propone e supporta la fiducia nella scienza e in chi la applica, dall’altro la responsabilizzazione delle scelte di ognuno caratterizzandole come determinanti non solo per sé stessi, ma anche per la propria comunità, in quanto impattanti sull’intero tessuto sociale.

 

Oggi il rischio a cui si va incontro è che, dopo l’indebolimento delle comunità determinato dalla pandemia, si arrivi al “tutti contro tutti” e che questo generi il deterioramento del rapporto medico paziente con la conseguente sfiducia l’uno nell’altro e la perdita della consapevolezza che il male di uno va a danno di tutti.  

 

Per contrastare questo pericolo il governo deve improntare una politica sanitaria volta alla trasformazione delle disposizioni anticipate di trattamento e del piano anticipato delle cure, previsti nella legge n. 219/17, in istituti giuridici a tutela della Vita e della comunità e, inoltre, deve allontanarli dall’essere considerati come strumenti volti solo all’“auto-protezione egoistica”[2] del singolo individuo.

 

È in questa prospettiva che devono essere utilizzate le risorse economiche previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), con le quali si dovrà rimodulare la relazione medico-paziente tendo conto delle nuove tecnologie e potenziando la medicina territoriale e di prossimità[3], mettendo come chiave di volta della ripresa in ambito sanitario cinque parole:

 

  1. dotare le strutture sanitarie di strumenti tecnologici per erogare in sicurezza le prestazioni sanitarie a distanza;
  2. migliorare la strumentazione diagnostica e terapeutica a distanza messa a disposizione dei medici e delle strutture sanitarie;
  3. formare tutti i protagonisti del percorso terapeutico (operatori sanitari, pazienti, caregiver) all’utilizzo delle nuove tecnologie;
  4. coordinare le strutture sanitarie e i medici di medicina generale con tutti gli altri Enti Pubblici che intervengono nella cura della persona;
  5. sostenere il coinvolgimento attivo della “rete sociale” del malato, ossia la sua famiglia e la comunità in cui è inserito, nel percorso terapeutico.

 

Solo in questo modo si eviterà che la relazione medico-paziente si trasformi in un dualismo asettico tendente all’egoistico e si costruirà una Comunità che, anche nelle scelte del singolo malato, considererà il beneficio di tutti.

 

 

 

[1] F. Burrai, L. Apuzzo, V. Micheluzzi, Umanizzazione delle cure: innovazione e modello assistenziale, G. Clin Nefrol Dial 2020; 32: 47-52, REVIEW, DOI: 10.33393/gcnd.2020.1984

[2] Papa Francesco, Fratelli Tutti, 2020.

[3] Molto interessante è l’esperienza del Policlinico Tor Vergata di Roma, ove già durate il primo lockdown si è attuata una strategia sanitaria volta alla continuità delle cure e alla vicinanza al paziente attraverso la tecnologia che i medici avevano a disposizione. Si veda: Postorino M., Treglia M., Giammatteo J., et al., Telemedicine as a Medical Examination Tool During the Covid-19 Emergency: The Experience of the Onco-Haematology Center of Tor Vergata Hospital in Rome, Int. J. Environ. Res. Public Health 2020, 17, 8834.