La mia generazione cerca padri e madri in politica

di Matteo Marcaccio

 

Nel Protagora Platone scrive che «Zeus, temendo l’estinzione totale della nostra specie, inviò Ermes per portare agli uomini il rispetto e la giustizia, affinché costituissero l’ordine della città e fossero vincoli di solidarietà e di amicizia. Ermes chiese a Zeus in che modo dovesse dare la giustizia e il rispetto agli uomini: “Devo distribuirli come le altre tecniche? Queste sono distribuite in modo che un solo medico, per esempio, basta per molti profani; allo stesso modo gli altri artigiani. La giustizia e il rispetto devo stabilirli in questo modo tra gli uomini o devo distribuirli a tutti?”. “A tutti – rispose Zeus – e tutti ne partecipino: non esisterebbero città, se, come avviene per le altre tecniche, soltanto pochi ne partecipassero. E stabilisci in mio nome una legge per la quale chi non può partecipare di rispetto e giustizia sia ucciso come peste della città”. Dal momento che si ha così grande cura della virtù in privato e in pubblico, come puoi stupirti, Socrate, e dubitare che la virtù sia insegnabile? Anzi, dovresti ben più stupirti, se non lo fosse».

 

Nel racconto di Platone, Zeus dona la virtù politica a ogni uomo affinché la città possa essere vivibile. Gli uomini hanno bisogno della cultura e dell’organizzazione politica per evitare il caos. La Politica è vita per gli antichi e questo è l’insegnamento che io e la mia generazione abbiamo ricevuto. Questo non basta però per vivere la nostra esistenza con quella “pienezza” di cittadinanza che la Costituzione italiana richiama. Ne sono una prova fenomeni come l’individualismo, il rifiuto delle istituzioni, la mancanza di partecipazione, la rinuncia all’esercizio del voto che rappresentano un impoverimento nel pieno esercizio della propria cittadinanza, purtroppo sempre più diffuso.

 

La bussola della nostra vita come cittadini deve essere il dettato costituzionale: esso è frutto e testimonianza di chi ha orientato la propria vita perseguendo il bene comune. Sembra che la nostra generazione, rispetto a quelle precedenti sia meno attratta dalla politica perché manca di speranza e di capacità di sognare. Per la prima volta si è invertito il trend, vivremo peggio dei nostri genitori: la precarietà del lavoro determina la precarietà della vita, che può condurre ad una maggior solitudine, come fa intuire anche il maggior disagio sociale riscontrato da sociologi e psicologi.

 

Richard Wilkinson e Kate Picket nel loro libro, La misura dell’anima fanno una radiografia del mondo in cui viviamo studiando la società dal punto di vista della qualità della vita delle persone e non della crescita. Ne emerge che i malesseri generati dalla diseguaglianza coinvolgono tutti, non solo i ceti più svantaggiati, ma anche quanti si collocano al vertice della scala sociale. La prospettiva è chiara: se si vuole avviare un nuovo ciclo di crescita, bisogna ridurre il divario sociale. Occorre redistribuire il reddito e le opportunità prendendo ispirazione ad esempio da Scandinavia e, per alcuni versi anche il Giappone, prestando più attenzione alle persone e alla valorizzazione delle loro qualità umane: costruire una nuova cultura di cui le giovani generazioni devono farsi carico.

 

Non abbiamo certezze: che domani sarà meglio di oggi, che lo studio e l’impegno saranno un ascensore sociale, che il mondo sarà migliore. Non abbiamo solidi punti di riferimento, è un tempo pieno di contraddizioni: non ci sono più grandi ideali, valori profondi ma soprattutto non ci sono politici che si occupino di “coltivare” le giovani generazioni. Sempre nel Protagora Platone racconta come fin dalla tenera età «la nutrice, la madre, il pedagogo e lo stesso padre fanno a gara, per educare il bambino il più possibile, in seguito lo mandano dal maestro. Fin dall’infanzia e per tutta la vita si è sottoposti ad insegnamenti».

 

Noi abbiamo bisogno di “padri e madri” costruttori di futuro, di più maestri che con il loro esempio e la loro dedizione formino le nuove generazioni alla vita politica. Il mio è un appello filiale: premiate il merito, la capacità, chi ha il coraggio di contestare le vostre scelte, non chi silenziosamente è asservito. Quanti partiti o movimenti politici si dedicano come funzione primaria alla formazione delle nuove classi dirigenti? I partiti potrebbero mettere a disposizione dei giovani più meritevoli borse di studio, fare prestiti d’onore, organizzare stage. Formare nuove classi dirigenti, non significa radunare giovani per far loro ascoltare il “verbo” del leader di turno, ma studiare, approfondire, dare loro la possibilità di essere protagonisti facendoli impegnare direttamente sul campo.

 

La formazione delle nuove classi dirigenti è una questione centrale per qualsiasi Paese. Dai Rapporti Luiss emerge un quadro molto chiaro sulla classe dirigente italiana che appare così formata: prevalenza di uomini (circa l’88%), tendenzialmente anziana (età media 61 anni), caratterizzata da un tasso di ricambio relativamente basso (due terzi di coloro che risultano nello Who’s who del 2004 erano già presenti nella rilevazione del 1998), con un elevato tasso di auto-reclutamento e poca mobilità sociale. Sempre su questi temi molto interessante è lo studio del 2003 di Sascha O. Becker, Andrea Ichino e Giovanni Peri: l’Italia risulta essere il paese meno in grado di attrarre laureati stranieri (nel 1999 solo 0,3% a fronte dell’1,7% del Regno Unito), mentre risulta essere quello maggiormente esposto all’emigrazione verso l’estero dei propri laureati (nel 1999 il 2,3% contro lo 0,6% dei laureati tedeschi).

 

In un recente studio Giulio Sapelli evidenzia come la mancanza di specifici centri di formazione, insieme al venire meno del ruolo formativo storicamente svolto dai partiti di massa, ha contribuito al declino della classe dirigente italiana che, facendosi portatrice di istanze particolaristiche, è a sua volta venuta meno al perseguimento dell’interesse generale e alla visione complessiva del benessere della società. Secondo Timothy Besley, il pool dei potenziali candidati dipende dalla relativa attrattività dell’attività politica in rapporto alle opportunità di mercato. Se l’attività politica consente l’appropriazione di rendite elevate e garantisce sostanziosi benefici economici, il numero di coloro che vorranno concorrere alla competizione elettorale sarà necessariamente vasto, comprendendo anche soggetti la cui motivazione etica all’attività politica e all’impegno saranno inferiori a quelli che si osserverebbero in un contesto in cui il rendimento dell’attività politica sia allineato a quello di altre occupazioni sul libero mercato.

 

La selezione della classe politica dipenderà dalla sua accountability, ossia dal modo in cui il sistema politico obbliga la classe dirigente a rispondere del proprio operato, tipicamente attraverso le opportunità di essere rieletta e di rimanere in carica. Proprio alla luce del momento difficile che il nostro paese sta attraversando occorre ridare dignità alla politica. Per questo mi rivolgo alla mia generazione: noi dobbiamo, superare le contraddizioni di questi tempi, mettere in campo proposte credibili per essere semi di speranza e di futuro. Oggi è il nostro tempo e dobbiamo viverlo a pieno, senza tirarci indietro, ma con l’umiltà di chi sa che ogni giorno c’è qualcosa da imparare, da studiare, da approfondire e qualcuno a cui tendere la mano, ricordandoci dell’insegnamento di Aldo Moro: «Si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con le sue difficoltà».