Fondatore di Palingen, start-up innovativa a vocazione sociale che si occupa della gestione del laboratorio sartoriale presente all’interno della casa circondariale femminile di Pozzuoli. La start-up si avvale della collaborazione di donne detenute, regolarmente assunte e retribuite, per la realizzazione di creazioni sartoriali in collaborazione con aziende italiane e straniere attive nell’industria della moda, consentendo alle collaboratrici di apprendere l’arte della sartoria italiana. Inoltre, alla luce dell’impatto ambientale negativo dell’industria della moda, Palingen utilizza come materie prime principalmente scarti e rimanenze tessili seguendo i principi guida dell’economia circolare e contribuendo ad eliminare rifiuti e sprechi
Come è nata l’idea di promuovere il recupero della dignità della persona in un penitenziario mediante l’insegnamento dell’arte sartoriale e il riutilizzo di tessuti?
L’idea nasce a seguito di un periodo di volontariato svolto nel carcere di Pozzuoli nel 2014, durante il quale avevo notato la voglia di riscatto di queste donne e la grande quantità di tempo a loro disposizione. Questo tempo può facilitare la riabilitazione della persona se investito in maniera costruttiva ma rischia di essere deleterio se non vengono messi a disposizione dei detenuti programmi formativi adeguati. Al tempo stesso, l’arte sartoriale non solo rappresenta parte del nostro patrimonio culturale, base fondante del Made in Italy, ma è anche un settore in cui c’è scarsità di manodopera. Inoltre, l’industria tessile è la seconda industria più inquinante al mondo e, applicando il principio dell’economia circolare, si contribuisce alla riduzione dell’inquinamento.
Il lavorare ad un progetto comune impegnato nella tutela dell’ambiente ha migliorato il rapporto di vita comune delle detenute tra loro e anche con la polizia penitenziaria?
Il lavoro e l’entusiasmo per il progetto contribuiscono inevitabilmente a creare un clima più armonioso all’interno del carcere. Il lavoro di squadra finalizzato ad un obiettivo comune abbatte pregiudizi e unisce, soprattutto perché è in grado di tirare fuori il meglio dalle persone. L’apatia e l’inattività sono acerrimi nemici dell’essere umano e ne impediscono il miglioramento. La visibile motivazione e il forte impegno delle detenute contribuiscono anche ad allentare la tensione nei rapporti con la polizia penitenziaria, che riesce a svolgere il proprio ruolo con maggiore serenità.
La maggior parte dei progetti riabilitativi nei penitenziari sono resi possibili grazie alla spesa pubblica. È possibile realizzare percorsi di recupero dei detenuti economicamente efficienti e sostenibili?
Ad oggi, quasi l’80% dei detenuti lavoranti lavora alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. Questo mostra un duplice limite poiché: (i) si contribuisce all’aumento della spesa pubblica (che incontra inevitabilmente dei limiti) e, (ii) è circoscritto al periodo di detenzione.
I lavori, gestiti e retribuiti da soggetti esterni, consentono ai detenuti di svolgere delle attività richieste dal mercato del lavoro prima ancora di affacciarsi all’“esterno”, acquisendo così una professionalità spendibile nel mondo dell’occupazione. Queste iniziative sono supportate da alcune agevolazioni e fondi dedicati; inoltre, contribuiscono alla riduzione della spesa pubblica e alla creazione di benessere economico, consentendo – per definizione – una loro replicabilità, aumentando l’impatto sociale positivo generato.
Il progetto rispecchia valori europei di inclusività, uguaglianza e diritto al lavoro. La sua attività come si connette ad esperienze simili in altre realtà italiane ed europee?
La nostra progettualità si sviluppa nel più ampio campo della c.d. economia sociale, che rappresenta un modello economico finalizzato non solo al profitto ma a promuovere servizi a beneficio dei cittadini, soprattutto quelli più svantaggiati. L’importanza di questo modello economico innovativo e sostenibile è stata anche confermata dal piano per l’economia sociale elaborato dalla Commissione Europea nel 2021. Il fattore positivo di lavorare in tale settore per il raggiungimento di un obiettivo di interesse comune, che va oltre il mero profitto economico, è la naturale voglia di fare rete. Sin da quando abbiamo mosso i nostri primi passi abbiamo ricevuto supporto dai nostri concorrenti e, addirittura, ora siamo parte di due reti di laboratori sartoriali etici, in cui i principali attori condividono reciprocamente insegnamenti, competenze e progetti lavorativi.
Ci puoi raccontare un’esperienza di riconciliazione tra una detenuta e la comunità a cui hai assistito durante il progetto?
Senza dubbio, il desiderio manifestato da due nostre collaboratrici detenute, in procinto di ottenere la detenzione domiciliare per la restante parte della pena, di voler proseguire il rapporto lavorativo iniziato nel carcere di Pozzuoli presso il nostro laboratorio sartoriale esterno al carcere. La chiara e decisa intenzione di voler proseguire con impegno nel proprio percorso trattamentale-riabilitativo e di voler rientrare nella comunità come elemento “positivo” della stessa, senza voler rischiare di cadere nell’errore della recidiva rappresenta, ad oggi, la più forte esperienza di riconciliazione a cui ho assistito.