L’America brucia di razzismo

L’America brucia di razzismo

di Francesco Occhetta* (riproponiamo questo articolo pubblicato su Vita Pastorale a luglio 2020 in occasione della scomparsa di John Lewis, storico attivista per i diritti civili degli afroamericani)

 

È la sera del 25 maggio quando George Floyd paga un pacchetto di sigarette con una banconota falsa da 20 dollari in un negozio di Minneapolis. Uno dei poliziotti, Derek Chauvin, riesce a fermare il 46enne afroamericano, per otto minuti spinge il suo ginocchio contro il collo di Floyd che ripete “non riesco a respirare”. Ma il poliziotto non si ferma e Floyd muore. La scena finisce sul web, e come una miccia in una polveriera il caso esplode, poi incendia la protesta fino a diventare un fuoco di rivolte nelle strade e piazze d’America al grido di black lives matter, “le vite nere contano”.

 

Il New York Times definisce il Paese “una polveriera”, i suoi giornalisti si ribellano a un pezzo scritto da un senatore americano che sosteneva la posizione del Presidente Trump di “mandare le truppe” per sedare le agitazioni. Per settimane le immagini hanno tenuto il mondo col fiato sospeso, nel Paese delle libertà sono finiti in manette oltre 4.400 persone e il coprifuoco è stato in vigore in quasi 40 città di 20 Stati: da Los Angeles a Washington, da San Francisco a Minneapolis, passando per Atlanta, Chicago, Denver e Miami.

 

Questa rivolta razziale è una causa o una conseguenza della crisi delle democrazie occidentali di stampo novecentesco? La crisi razziale, infatti, ha colpito il cuore dell’America che ha 40 milioni di disoccupati e più di 100.000 morti a causa del Covid 19 che dilaga nei quartieri poveri.

 

Si potrebbe dire una rondine non fa primavera, ma questo episodio tocca la radice della convivenza: il razzismo e la discriminazione, il modello di democrazia e il rapporto tra Presidente e Governatori e poi il rapporto sicurezza e libertà dei cittadini. Certo l’America non è l’Europa, la polizia ha poteri diversi, il diritto e l’ordine sono capovolti. Il diritto (law) in America, invece di essere il tribunale europeo, è anzitutto uno sceriffo che dirime conflitti e garantisce sicurezza in un contesto in cui tutti potenzialmente potrebbero possedere un’arma da fuoco. Una ricerca del Washington Post lo rileva: dal 2015 in America vengono ammazzati circa mille persone ogni anno dalla polizia.

 

Il nervo scoperto rimane quello dei diritti civili. Le marce di protesta hanno chiesto di togliere fondi alla polizia – che solo nel 2017 è costata 115 miliardi di dollari – per investire nelle associazioni che operano nel disagio sociale, nella prevenzione della criminalità giovanile, della povertà, della malattia mentale e così via. Ogni volta che la violenza esplode la ricetta politica non è rispondere con altra violenza e gettare benzina sul fuoco nel modo in cui ha fatto il Presidente Trump. 

 

Il tema della post-democrazia si pone rispetto alle grandi questioni della globalizzazione e del neoliberismo: l’America di Trump indica che i processi democratici sono sotto stress su almeno due punti: la credibilità della politica di una superpotenza che invece di unire sta dividendo e ricercando il nemico ad ogni costo e la politica interna dell’ordine senza regole davanti a cui si sono dissociati addirittura repubblicani come George Bush e Colin Powell.

 

Il Papa lo ha ribadito: “nessuna tolleranza per il razzismo, ma no alla violenza”. Sono questi i due poli per ricucire politicamente una società che ha la responsabilità di rimettere al centro la dignità umana che è “dovuta all’essere umano per il semplice fatto che egli è umano”, come ha scritto il filosofo Paul Ricoeur. La dignità è il “diritto ad avere diritti” secondo Hannah Arendt. Per questo è importante che ai re e ai principi di turno la persona non sia “qualcosa” che ha un prezzo, ma deve essere “qualcuno” che ha dignità. Anche quando si tratta di una sola persona.

 

*coordinatore Comunità di Connessioni

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