Il silenzio della croce

Il silenzio della croce

di Francesco Occhetta*

 

Nel Triduo di Pasqua i credenti si fermano per contemplare la croce di Cristo. In croce la morte è lenta e avveniva dopo delle ore per collasso o soffocamento per i muscoli esausti. Ai cittadini romani era risparmiata; era invece riservata solo a chi era di condizione inferiore e in particolare, a criminali schiavi pericolosi e rivoltosi. In Giudea era efficace come deterrente contro la resistenza all’occupazione romana. Era uno spettacolo. In questo contesto viene crocifisso anche Gesù. Il Vangelo di Luca consegna alla storia questa scena che ci aiuta a contemplare:

 

Lc. 23, 32-49. Ora erano condotti anche due altri malfattori con lui per essere levati.
33 E quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, là crocifissero lui e i malfattori, l’uno a destra e l’altro a sinistra.
34 Ora Gesù diceva: Padre, rimetti loro, poiché non sanno cosa fanno. Ora dividendosi le sue vesti, gettavano le sorti.
35 E stava il popolo a contemplarlo. Ora storcevano il naso anche i capi dicendo: Altri salvò! Salvi se stesso, se costui è il Cristo di Dio, l’eletto!
36 Ora lo canzonavano anche i soldati accostandosi, offrendogli aceto
37 e dicendo: Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!
38 Ora c’era anche un’iscrizione su di lui. Il re dei giudei, costui.
39 Ora uno dei malfattori appesi lo bestemmiava dicendo: Non sei forse tu il Cristo? Salva te stesso e noi.
40 Ora rispondendo quell’altro sgridandolo disse: Tu temi neppure Dio, poiché sei nella stessa condanna?
41 E noi giustamente, poiché riceviamo il giusto per quanto facemmo. Ma costui non fece nulla fuori luogo.
42 E diceva: Gesù, ricordati di me, quando sarai giunto nel tuo regno.
43 E gli disse: Amen ti dico: oggi con me sarai nel Paradiso.
44 Ed era già circa l’ora sesta e la tenebra fu sull’intera terra fino all’ora nona,
45 essendo mancato il sole. Ora si squarciò il velo del tempio nel mezzo.
46 E, esclamando a gran voce, Gesù disse: Padre, nelle tue mani affido il mio spirito. Ora, detto questo, spirò.
47 Ora, visto l’avvenimento, il centurione glorificò Dio, dicendo: Davvero quest’uomo era giusto.
48 E tutte le folle presenti insieme a questa visione (= theoria), contemplati gli avvenimenti, colpendosi il petto, ritornavano.
49 Ora da lontano stavano tutti i suoi conoscenti, e le donne che insieme lo seguivano dalla Galilea a contemplare queste cose.

 

Anche noi oggi siamo chiamati a contemplare. Occorre farlo in silenzio perché “la croce è l’enigma con cui Dio risponde all’enigma dell’uomo. Un Dio crocifisso non corrisponde a nessuna concezione religiosa o atea. È una rappresentazione oscena, fuori della scena del nostro immaginario: è la distanza infinita che Dio ha posto tra sé e l’idolo” (Silvano Fausti).

 

Nel brano tutti parlano, invece il Crocifisso a chi parla? Al malfattore e al centurione. Sono gli unici due che invece di interrogarlo e deriderlo si lasciano interrogare. Perché? Lo contemplano. Contemplano la theoria della croce, lo “spettacolo” che Dio mostra al mondo sulla sua vera natura. La croce non dimostra nulla, solo mostra a tutti ciò che fa Dio per rivelarsi Dio e salvare l’uomo.

 

Per questo l’ultimo miracolo del vangelo è la restituzione della vista al cieco, perché lo possano vedere anche coloro che lo hanno accompagnato. È la croce che mi salva dalla mia immagine di Dio: 

“La croce sdemonizza Dio, togliendogli la maschera satanica, comune a chi lo prega e a chi lo bestemmia. Ci salva da un dio che non compatisce il nostro male, o è indifferente, o ne è addirittura la causa prima. Ci salva da un dio sadico che ci ha gettati in un’esistenza breve, con la coscienza della morte, e in più, per torturarci meglio, con il desiderio di eternità – un dio che ci avrebbe fornito come unico motivo di vivere la paura di morire che ci fa sbagliare tutto e infine, con soddisfazione somma, ci infliggerebbe una punizione eterna per i nostri errori!” (p. 59).

 

Il potente e il prepotente sono la negazione della forza che esce dalla debolezza disarmante della croce; quelli che vivono per il potere, l’avere, l’apparire sacrificano la loro esistenza ai tanti idoli che si creano. Lo dimostra la dura legge dell’amore che costringe a portare il peso della croce, a sacrificare l’io per il noi, a non scappare davanti a chi soffre. 

 

Davanti alla croce si converte anche la nostra idea di Re. Gli imperatori passano e si dimenticano, del re crocifisso invece continuiamo a parlarne. Perché tutto questo ha il sapore dello scandalo? 

Aggiunge p. Fausti: “Un Dio crocifisso, religiosamente immondo, politicamente irrilevante, è personalmente disperante! Non salva da nessun punto di vista! Invece pretendere che Dio ci salvi dalla morte salvando se stesso, è una “bestemmia” contro di lui. Perché lui ci salva non “dalla” morte, bensì “nella” morte; e non salvando, bensì perdendo se stesso. Se lui non entrasse nella nostra morte, questa resterebbe per noi la minaccia suprema. Ma se lui è presente nella nostra morte, essa non è più separazione, bensì comunione con la sorgente della vita”.

 

Il Vangelo di oggi ci offre due dettagli che ci fanno capire un radicale modo di regnare e quindi anche di vivere.

Il primo è rivelato dalle parole dei capi del popolo: ha salvato gli altri, salvi se stesso. Riconoscono in Gesù che uomini e donne sono stati salvati, guariti, rimessi in piedi, trasfigurati e amati. Gli dicono se sei il re, usa la forza! Salvati. C’è forse qualcosa che vale più della vita? Per la Scrittura l’esperienza dell’Amore. La vita biologica non è più forte della morte, è inghiottita. Ma ciò che è più forte è l’amore estremo che non chiede sacrifici ma si sacrifica per l’uomo.

Gesù muore “in” Dio, direbbe Eberhard Jüngel, anche se la morte di Gesù non è la morte “di” Dio. È l’esperienza di come il Dio trinitario (il padre, il Figlio e lo Spirito) assuma in sé la morte di Gesù. È questo il punto più alto dove l’amore può arrivare.

 

Per noi è importante contemplare la natura (che include la morte) prima di riporre tutte le nostre speranze nella cultura che per vocazione deve trascendere il limite e creare un super uomo, la super tecnica e così via.

Non siamo più all’Uno statico di Plotino o al dio che si fa amare e non ama di Aristotele. Nemmeno all’idea di Dio come causa prima del male. Hai peccato, il male ti punisce. Ma al ribaltamento delle logiche del mondo.

 

Il secondo tratto del volto del re è rivelato dalle parole del malfattore appeso alla croce che dice all’altro non vedi che anche lui è nella stessa nostra pena? Gli dice, guarda che Dio è dentro il nostro patire, Dio è crocifisso in tutti gli infiniti crocifissi della storia. È centrale questa espressione “egli invece non ha fatto nulla di male”. In queste parole è racchiuso il segreto della regalità vera: niente di male; nessun odio, l’opposto di tanto regnare fatto da violenza e inganno. 

Ed è in questo modo di sedere sul trono che lo convince a chiedergli: Ricordati di me – prega il ladro morente. Sarai con me – risponde Dio. Ricordati di me. Così tra noi ci dividiamo non tanto tra persone religiose e non ma tra chi contempla o meno la croce di Cristo. Il mondo in quel momento sembra girare intorno alla croce di Cristo.

 

Ci sono i soldati che “lo portarono via dentro al palazzo, ossia pretorio. E convocano tutto quanto il manipolo, e lo vestono di porpora, e gli cingono una corona di spine intrecciate, e cominciarono a salutarlo: Salve, o re dei giudei! E gli battevano il capo con una canna, e gli sputavano addosso, e, piegando le ginocchia, lo adoravano”.

 

Lungo la via crucis, appare Simone il Cireneo, si chiama come Simone Pietro che, secondo le sue pretese di poche ore prima, avrebbe dovuto essere lì a morire con lui (14,29.31). È il padre di tutti i cirenei, quelli che senza volerlo sono costretti a potare la croce nella loro situazione di vita perché nel momento in cui si fermano, passa il Signore che ha bisogno di essere aiutato a portare la croce.  I passanti “lo bestemmiavano, muovendo il loro capo e dicendo: Veh! tu che distruggi il tempio e lo edifichi in tre giorni: salva te stesso e scendi dalla croce” (v.30). I sommi sacerdoti con gli scribi lo schernivano.

 

Le donne guardano da lontano la scena. Con loro il vangelo raggiunge il suo scopo: portare al confronto con Gesù morto, sepolto e risorto. Non fanno niente. Guardano. Si immergono nella realtà che hanno davanti.  Il far niente della contemplazione cambia il loro cuore: si svuotano di sé, riempiendolo di ciò che contempla.

 

Il Centurione. È l’unico interprete autentico della croce ma anche la persona meno adatta, che ha nessun titolo se non negativo – pagano, comandante del plotone di esecuzione, empio, giustiziere del giusto. Ma “stava lì davanti a lui”.  Marco vuol portarci a questo faccia a faccia col Crocifisso, nei panni del centurione che lo crocifigge. Il confronto è con la morte di Gesù, e con questa sua morte interiore, lo porta a conoscere il Cristo: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”.  Tolto ogni segreto, il Centurione ci aiuta a capire per la prima volta chi è Gesù e chi è Dio.

 

Giuseppe d’Arimatea, nobile consigliere che faceva parte del sinedrio che l’ha giudicato. Era una persona che cercava il Regno di Dio e si ritrova tra le braccia il corpo di Cristo che diventa così l’accesso al Regno di Dio.

 

 

*padre gesuita, coordinatore di Comunità di Connessioni

francesco.occhetta@gmail.com